Francesco Battaglia - Storie di Nigmàr

Tags: Francesco Battaglia, Storie di Nigmàr, Guide alla lettura


 


ANTEPRIMA SU:

- Google Books


COMPRA:

- Volume su Lulu.com
- Ebook su Lulu.com


BREVE SINOSSI:

In una regione fantastica, a metà strada tra il genere fantasy e la mitologia classica, gli gnomi Brònt e Flìnt conducono serenamente un’esistenza da pastori. In questo mondo arcadico ci vengono raccontate le loro vicende, le loro storie, i loro amori. Abbiamo così modo di assistere, muovendoci liberamente nel tempo e nello spazio all’interno di questa sfera favolosa, al confrontarsi dei due fratelli con le grandi presenze della loro terra, tra Saggi e Streghe, fauni e lupi. Dieci storie, diverse e indipendenti, eppure tutte intimamente collegate tra loro, che vanno a creare la raccolta del sapere di un popolo, dalle radici del mito antico fino ai suoi giorni più recenti, quando uno gnomo pastore – vittima di un amore impossibile – lascerà le sue vesti bucoliche per trasformarsi, colmo di rabbia, nel più feroce guerriero della sua Città.


PROFILO DELL'AUTORE:

- Francesco Battaglia


SEGUICI SU:

- Pagina Facebook "L'antro di Nigmàr"


 

Uno degli aspetti più peculiari di quest’opera è senza dubbio l’organizzazione della materia narrativa, come rivela già il titolo con l’uso del termine «storie». «Storie» potrebbe alludere a una serie di racconti, cioè a un insieme di testi slegati l’uno dall’altro. E a prima vista questo sembra proprio ciò che caratterizza Storie di Nigmàr, che non si sviluppa per capitoli consequenziali, concatenati, ma racconta vicende non immediatamente collegate tra loro. Solo con difficoltà si potrebbe parlare di capitoli.
La partenza di Brònt infatti narra dell’ultimo incontro nelle Gole di Arràt tra Flìnt e Brònt prima che quest’ultimo, dopo una dolorosa delusione amorosa, parta per la città di Nìgmar con l’intento di mettersi al servizio di re Elèk come guerriero, abbandonando così l’attività di pastore che prima svolgeva insieme a suo fratello Flìnt. Il successivo L’infelice amore di Brònt e Selina non sviluppa immediatamente questa situazione iniziale: non viene raccontato il viaggio di Brònt alla volta di Nigmàr o la giornata di Flìnt dopo l’addio al fratello. Tuttavia non si può nemmeno dire che si tratti di due racconti tra loro completamente slegati. Già la prima frase suona subito familiare:

L’aveva intravista una volta, mentre si bagnava nelle acque cristalline della Tersa Cascata; l’aveva intravista e subito l’aveva amata.

L’affermazione costituisce una chiara ripresa del discorso di Brònt a suo fratello:

“Bello è fratello, quando si ama e si è riamati a propria volta. Tu non lo sai, ma è proprio per questo che io devo partire. (…) [Tu ancora] ti disseterai nelle acque cristalline della Tersa Cascata”.

E non sembra una semplice identità di luoghi, per cui si tratterebbe di due racconti indipendenti, accumunati soltanto dalla stessa ambientazione: dal confronto di queste frasi e dal resto della storia emerge chiaramente come si sia in presenza della narrazione per esteso dell’episodio alluso ne La partenza di Brònt. Non c’è dunque uno sviluppo successivo della vicenda narrata nella storia precedente, ma semmai un approfondimento degli eventi anteriori a quel momento. Esclusa quindi l’ipotesi di due racconti autonomi, si può a questo punto ipotizzare che si tratti di un flash-back, cioè un capitolo che costituirebbe una parentesi, una sorta di chiarificazione di come si è arrivati alla situazione che apre il libro. La storia successiva, Un dono di Thaér, sembrerebbe confermare questa ipotesi perché, a ben vedere, si rivela strettamente collegata a L’infelice amore di Brònt e Selina, come mostrano le parole che una voce sconosciuta rivolge a Flìnt, avventuratosi oltre il Fiume Sassoso alla ricerca di alcune pecore del fratello:

“Poveri armenti sventurati, e povero te, pastore, che devi rimediare ai danni di un custode spensierato! Per colpa sua rischi la vita, lo sai? Ecco le conseguenze di un impossibile e struggente amore”.

Si potrebbe pensare a una continuazione del flash-back precedente: ora ci vengono mostrate le immediate conseguenze dell’infelice amore di Brònt per Selina, mentre l’esito ultimo sarà la partenza narrata ad apertura dell’opera. Se così fosse, ci si dovrebbe aspettare a un certo punto la fine del flash-back e il ritorno allo sviluppo della situazione di partenza: e questo pare proprio quello che accade con il capitolo seguente La profezia della strega. Gli eventi lì narrati sono effettivamente successivi alla partenza di Brònt, come risulta chiaro se si tiene presente questo passo di Un dono di Thaér:

Io sono quella che voi temete, io sono quella che voi amate; io sono quella che conosce, e tuttavia non può sapere; e che non muore, e tuttavia è già morta. Verrai presto a trovarmi, Flìnt delle Gole, verrai alla mia capanna: verrai dopo che Brònt, tuo fratello, se ne sarà andato; verrai quando egli, affranto, ti avrà abbandonato”
Flìnt arrancava ora tra le salite sassose assai turbato: la voce della Strega – perché della Strega certamente si trattava – lo aveva scosso profondamente.

Dunque si può dire che il flash-back è chiuso e si riprende a narrare gli sviluppi della vicenda d’apertura: in questo senso i due capitoli precedenti potrebbero essere considerati come una lunga parentesi volta a chiarire come si è arrivati alla situazione iniziale. Ad avvalorare questa ipotesi sembrano giungere le parole di Flìnt alla Strega:

“Sai, Strega, avevi ragione – disse poi Flìnt, a un tratto, sorseggiando la bevanda fumante – su mio fratello, intendo”. La Strega non rispose. “Se n’è andato; se n’è andato davvero. A Nigmàr, a fare il soldato”.

Il capitolo V, Dove dormono gli gnomi, complica tuttavia la ricostruzione strutturale, dal momento che presenta un notevole sbalzo temporale in avanti, come mostra chiaramente l’incipit della storia raccontata da Flìnt a Tendring:

Canterò (…) un fatto recente, accaduto non molto tempo fa, in queste Gole tanto belle eppure tanto aspre. Canterò di come Brònt tornò dalla città con le sue armi e le sue vesti di guerriero, per portare insieme a Flìnt, suo fratello, l’ultimo saluto ad un padre morente, ma non fece in tempo.

Da queste parole si evince che quanto viene narrato in Dove dormono gli gnomi va collocato temporalmente molto dopo la partenza di Brònt, visto che si racconta di un Brònt non solo arrivato in città, ma anche già affermato come valente guerriero della Guardia Reale e oltretutto già ritornato ad Arràt per un’ultima visita al padre morente. Se si volesse scorgere una linea temporale unitaria si dovrebbe affermare che all’interno del flash-forward c’è un flash-back. Ma, a ben vedere, si può parlare di un flash-back all’interno di un flash-forward proprio perché si assiste a un cambio della voce narrante. Dove dormono gli gnomi, con le sue due storie interne, una narrata da Flìnt e l’altra da Tendring, porta a evidenza un ulteriore aspetto fondamentale della struttura di tutta l’opera: la presenza di una molteplicità di storie interne, narrate cioè dai personaggi stessi. Fin dalle prime battute dell’opera vi si fa riferimento:

Flìnt di Nigmàr (…) gettò uno sguardo sognante alla sua pecora prediletta (…), recitando intanto a bassa voce le canzoni del suo popolo, della sua città.
“Chi canti, fratello?” Flìnt il pastore alzò lo sguardo verso Brònt, suo fratello, che veniva a passi spessi verso di lui (…). “Canto di Grànt, padre di gnomi; canto il respiro del Terrestre Thaér; canto il martello di sacro Oricalco. Siedi con me, fratello, e mangia e bevi, e ascolta pure queste storie tanto belle!”

E vi si allude anche a conclusione del primo episodio:

Oggi resterai qui, con me, nelle Gole. Siederemo (…) davanti al focolare e mangeremo, sempre raccontandoci a vicenda le avventure di Grànt e di Gròk il Coraggioso”.

Pure nel successivo L’infelice amore di Brònt e Selina tra le altre cose viene sottolineato che lo gnomo e la fata innamorati si raccontano storie meravigliose:

Con dolcezza lui insegnò a lei i racconti del suo popolo, storie meravigliose.

Poi, a conclusione del capitolo III, anche Tendring, quando alla fine rivela la sua identità a Flìnt, si mostra consapevole che da questo incontro scaturiranno racconti:

Quando canterai e racconterai di me nominerai Tendring, il Saggio, sacro a Thaér dal Terrestre Respiro. Ma anche tu gli sei caro, gnomo Flìnt, specie da oggi: grandi cose ti ha riservato il Terrestre, grandi e terribili; proprio per questo io ti faccio un dono, quest’oggi, così che mai più tu smarrisca la strada di casa. La chiamerai Arràt, come questa bella terra, e dovrai averne cura, perché assai di rado si verificano tali prodigi.

E difatti, se si considera attentamente il dialogo tra Flìnt e Brònt a inizio d’opera, la trasformazione di quell’incredibile incontro in un racconto è proprio quello che Flìnt effettivamente farà:

“Dov’è la candida Arràt? (…) È meravigliosa – proruppe Brònt (…) – abbine cura, fratello. (…) Mai in vita mia vidi altrove animale più bello. Tempo fa mi dicesti che fu un dono di Thaér, ed io ci credo; soltanto dimmi, se puoi, prima che io parta, come ti fu data”. “Non è accaduto molto tempo fa – disse Flìnt (…) – Fu quando dovetti oltrepassare il Fiume per recuperare tre delle nostre pecore. In quella mia disavventura, Brònt, incontrai un vecchio. Tre volte quello mi chiese aiuto, e per tre volte io sempre l’aiutai: solo per quello, quella volta, mi riuscì di ritrovare le tre pecore, e insieme a quelle mi fu donata anche la quarta. Fratello, ancora io mi chiedo chi fosse realmente quel vecchio che domandò il mio aiuto. Ma una cosa è certa: in quel luogo, quel giorno, mi fu dato di vedere un prodigio: e dunque a Thaér, ora e per sempre, io innalzerò i miei canti, ora e per sempre devoti”.

Lo stesso si può dire per la storia di Grànt che viene prima allusa, come si è visto, ne La partenza di Brònt e poi raccontata per esteso da Tendring a Flìnt nel capitolo V:

“Vi fu uno gnomo qui in Arràt, che aveva nome Grànt. Questo gnomo, molti secoli or sono, giunse in queste terra da Occidente, completamente solo, portando con sé solamente un martello…”

Ma è ne Il cielo e la terra non possono toccarsi che emerge con limpida chiarezza che l’affabulazione narrativa è praticamente l’attività principale dei personaggi di questo universo romanzesco:

[Brònt] si accontentava (…) di cantare – adagiato sotto i densi noccioli – le belle storie della sua gente.

In quei giorni Brònt non aveva ancora molta barba, e andava sempre curiosando per le Gole, perché di storie ancora ne conosceva poche.

A Brònt, pastore di Nìgmàr, pareva questo un racconto troppo scarno: così si fece coraggio e quanto più silenziosamente poté attraversò il Fiume nel suo punto più basso (…) e preparò delle funi, avvicinandosi furtivamente.

“Ti lascerò andare, ma solo dopo che tu mi avrai raccontato una delle tue storie. (…) I vostri racconti hanno fama di essere meravigliosi e leggendari”. Il fauno si dibatté dentro alle funi che lo stringevano, come per liberarsi: tali creature sono infatti assai gelose delle loro narrazioni, ed acconsentono a raccontarle solamente quando non hanno davvero altra scelta.

Alla dimensione del racconto viene ricondotto anche il successivo incontro con la Strega, che, ricollegandosi alla storia dell’infelice amore tra Thaér e la Vergine, storia appena narrata a Brònt dal fauno, profetizza per lui un destino analogo a quello delle due figure mitologiche:

Così il canto soave e stridente della Strega si impresse nel suo cuore, indelebile e senza scampo, quasi un terribile marchio di fuoco.

Attraverso la narrazione di storie da parte dei personaggi vengono dunque alluse vicende centrali nell’economia narrativa di Storie di Nigmàr. La dolorosa storia d’amore tra Brònt e Selina, con la conseguente trasformazione dello gnomo da pastore a furente guerriero, attraverso il canto della Strega si rivela ancora una volta come un momento centrale per lo sviluppo della linea narrativa del romanzo:

Brònt di Nigmàr non era sempre stato uno gnomo guerriero, esperto di spade e abitatore di palazzi. Per lungo tempo aveva infatti vissuto in una umile capanna, e non si era vergognato a pascolare le pecore candide, né a coltivare i campi anziché compiere, furente, tutte le sue gesta gloriose.

Si può quindi dire che è l’attività narrativa dei personaggi che articola lo snodarsi della storia principale: il flash-forward costruito con queste due storie incastonate all’interno della vicenda principale giustifica quel flash-back che è nel suo insieme Il cielo e la terra non possono toccarsi. Lo stesso avviene in Dove dormono gli gnomi, in cui il flash-back delle storie interne motiva il flash-forward costituito dal capitolo. Il procedimento raggiunge il suo acme nei capitoli conclusivi, nei quali la peculiare struttura attraverso cui si snoda Storie di Nigmàr viene a rivelarsi in pienezza come incontro di storie che danno forma a un romanzo. In questo senso l’incipit della storia VIII è eloquente:

In poco tempo Brònt delle Gole era diventato famoso a Nigmàr: tutti gli gnomi proclamavano le sue imprese e benedicevano il suo coraggio, decantavano la sua forza feroce e celebravano la sua ferrea volontà.

Qui in maniera evidente l’ellissi rispetto alla chiusura del capitolo precedente viene colmata dall’allusione a un sostrato preesistente di storie, che nel dialogo tra Bèk e la Strega si rivelano con ancora maggiore chiarezza collazionate secondo un particolare focus sulle vicende di Brònt. La Strega infatti nelle parole rivolte alla futura moglie di Brònt allude al principio compositivo che sottostà a tutta l’opera: la costruzione di un romanzo attraverso il susseguirsi di una serie di storie rappresentate non solo dai capitoli che scandiscono l’opera, ma anche dalle narrazioni interne, il tutto per poter dar vita a un vero e proprio universo testuale, a una sorta di ciclo narrativo, il cui fulcro è la figura di Brònt e da cui, come è connaturato a ogni narrazione, possono dipartirsi tutta una serie di ulteriori storie collaterali, per chiarire punti precedenti e successivi, così come per approfondire figure, luoghi, personaggi:

La Strega le sorrise coi suoi occhi di smeraldo. “Per quanto potrò, cara, io ti dirò del mio Brònt.” (…) Così le rispose, e cominciò a raccontarle del triste sogno dello gnomo guerriero, del folle suo amore per una Fata irraggiungibile, bellezza proibita, stella celata. “Selina fu mia sorella, un tempo, quand’io ero ancora una Fata. Venne per me, in queste aspre terre, perché le mancavo: sapeva già la mia storia, eppure voleva vedermi. Solo per questo stette in questi luoghi, sostando tra le Gole e visitando terse fonti; solo per questo si allontanò dal Sacro Bosco, dal suo popolo, dalla sua gente. Brònt, sereno pastore, la vide una volta mentre si bagnava: ne rimase folgorato. Certo io non lo biasimo, piccola Bék, né tantomeno avrei biasimato Selina se avesse deciso di lasciarsi abbracciare da lui: già una volta accaddero questi fatti, e furono dettati da amore. Ma il cielo e la terra non si possono toccare, e i vecchi amanti lo appresero a caro prezzo. Mi misi dunque in mezzo a quei due, impedendo a un grave fato di rinnovare la sua condanna; non lo feci per male, piccola Bék, comprendimi, ma uccisi un amore, e fu male ugualmente. Spinsi dunque Brònt, affranto e rabbioso, ad abbandonare questi luoghi remoti ed agresti, perché la verga non si addice al fuoco. Ma quello ancora arde, consunto da fiamme dolenti; e impugna spade e abbatte lupi, ma soffre: amò troppo Selina”.

Nel discorso della Strega si ravvisa il filo rosso che unisce tutte le storie di questo libro, che le lega inestricabilmente, e che nello stesso tempo ne mostra la tessitura composita, il loro variegato intreccio. Il centro del racconto della Strega, e dell’opera tutta, è il «folle amore [di Brònt] per una Fata irraggiungibile», narrato in L’infelice amore di Brònt e Selina. Il loro amore è impossibile, perché «il cielo e la terra non possono toccarsi», come viene esemplificato nella storia omonima prima dal racconto del fauno e poi dal discorso della stessa Strega, le cui parole che alludono al rischio di «un altro cieco e un’altra Strega» vengono a spiegarsi tenendo presente la storia dello gnomo Trùk, il cieco padre di Flìnt e Brònt, raccontata in Dove dormono gli gnomi, capitolo nel quale il mito narrato da Tendring dipana ulteriormente fino alle origini la storia e il destino ultimo degli abitanti delle Gole di Nìgmar. Il personaggio sapienziale e sacrale di Tendring del resto viene costruito attraverso le storie Un dono di Thaér e La magica sfida tra Tendring e la Strega, capitolo, quest’ultimo, che rivela anche quegli enormi poteri magici che la Strega utilizzerà prima per far partire Brònt, come si narra nella storia d’apertura, poi per farlo innamorare di Bèk, come si racconta nel capitolo VIII, infine per salvarlo durante lo scontro con la Lupa. L’allontanamento del fratello di Flìnt infatti è propedeutico alla narrazione della sua impresa più gloriosa, preparata prima dal racconto di Tendring a Flìnt in Sulla strada per Nigmàr e poi dal discorso dello stesso Tendring a Re Elék II in apertura dell’ultimo capitolo, Il Flagello della Lupa:

E procedevano intanto sui sassi, mentre Flìnt, con aria sognante, già rievocava ad alta voce il primo belato di Arràt, limpido come un mattino d’estate; e celebrava la magnificenza della sfida tra il Saggio e la Strega; e intonava bassamente il loro ultimo incontro, quando dentro ad una fresca grotta a lungo si erano parlati. “Quella volta – disse Flìnt, pacato – io ti raccontai la Città Grigia; tu, invece, da amico, narrasti a me di come Grànt, padre di gnomi, venne in Arràt, visse e morì. Molte altre storie io udii tra queste Gole, vecchio Tendring, ma poche eguagliarono le tue. Raccontane un’altra, adesso te ne prego: siamo per strada e possiamo parlare”. Ma Tendring sospirò con aria grave. (…) “C’è un tempo per ogni cosa, gnomo pastore – gli disse – Neppure tu mungi il gregge quando non ha latte. Fatti funesti già cominciano ad accadere, ed io non ho cuore per alcun racconto che non sia di lupi, di ombra e di terrore”.

“Oggi vengo a te come mai venni ad altro Sovrano di gnomi prima di questa alba, poiché mai prima d’oggi io vidi (…) un’ombra oscura aggirarsi funesta tra le rocche della Città Grigia, pallida violandole con la sua presenza”. Elék II non rispose. Senza distogliere i suoi occhi azzurri e lontani da quelli del Saggio, attendeva la ripresa del racconto.

Non a caso tutti questi fili di storie variamente districate e intrecciate trovano una completa ricomposizione, la loro più piena giustificazione, e quindi in un certo senso la loro apoteosi, nelle parole che concludono l’opera:

Ma la Battaglia del Bianco Mausoleo – per quanto combattuta da Brònt in gran segreto – entrò ugualmente tra le storie del suo popolo, e fu tra queste considerata una delle più belle. Perché da sempre, dopo allora, tutti i guerrieri e tutti i pastori di Nigmàr mai cessarono di raccontare di Brònt il Terribile, furibondo e implacabile nel mulinare la spada. (…) Alla nomina di “Furente” se ne aggiunse presto un’altra: “Il Flagello della Lupa”.

La chiusa è il sigillo definitivo per individuare al di là di ogni dubbio quella traiettoria unificante che è al centro di Storie di Nigmàr: la trasformazione di Brònt, un’evoluzione non completamente positiva, dal momento che il suo passare, in seguito a una delusione d’amore, da pastore a valoroso guerriero, come sancisce lo scontro finale con la Lupa, può essere visto anche come un processo di progressiva distruzione, in cui non c’è più posto per il vero amore, ma solo per l’ira, al punto che «Furente» e «Flagello» diventano i titoli caratteristici di Brònt nelle storie che si immaginano tramandate a Nigmàr e di cui Storie di Nigmàr si concepisce come una collezione.
C’è però un altro aspetto fondamentale da sottolineare nelle parole che chiudono Storie di Nigmàr, cioè come il senso dell’opera viene racchiuso in quei nuovi titoli associati al personaggio di Brònt. A ben vedere si tratta di un procedimento costante in tutta l’opera: caratteristiche fondamentali dei personaggi vengono veicolate associando loro con insistenza una serie praticamente fissa di perifrasi. Lungo tutto il testo il personaggio di Brònt viene introdotto da espressioni come «Brònt dagli occhi ardenti», «Brònt il Guardiano», «Brònt delle Gole», «Brònt, pastore di Nigmàr», «Brònt, figlio di Trùk», «Brònt il Tenace», «Brònt il Terribile», «Brònt dalla Lunga Spada», «Brònt l’Ardente», «Brònt il Furente». Lo stesso avviene anche per Flìnt, indicato ripetutamente o come «Flìnt di Nigmàr» o come «Flìnt delle Gole» o come «Flìnt il Pastore», «Flìnt, pastore di greggi», «Flìnt, ardito pastore». L’importanza di questi epiteti associati ai nomi dei personaggi è tale che in alcuni casi essi vengono a sostituire il nome stesso: per esempio Tendring viene inizialmente definito «il Saggio, sacro a Thaér dal Terrestre Respiro», per poi essere molte volte indicato solo come «il Consacrato», e allo stesso modo il dio Thaér spesso si trova alluso con il semplice epiteto di «il Terrestre». Anche personaggi come «Nìwd, la Vergine» e «Grànt, Padre di gnomi», dopo le storie contenute nei capitoli V e VI, che ne illustrano le vicende, possono essere indicati, senza alcun rischio di confusione, con i semplice epiteti di «Vergine Fatata» e «Padre di gnomi». Non è un caso che l’epiteto venga a sostituire il nome stesso del personaggio dopo che ne è stata raccontata per esteso la storia. Attraverso tali epiteti infatti vengono condensati e racchiusi aspetti salienti della fisionomia, del carattere e della storia dei personaggi che popolano questo universo narrativo. Lo si vede limpidamente soprattutto in quei passaggi in cui l’evoluzione di un personaggio viene evidenziata dalla modifica dell’espressione a lui comunemente associata:

Un lieto evento sta per rallegrarmi: le nozze di mio fratello Brònt, il Pastore, che sposa Bék, gnoma dolce di città”. “Brònt il Pastore? – domandò Tendring, ridendo – Non lasciò forse quel nome, tempo fa? E non divenne forse egli più noto come Brònt l’Ardente, Brònt il Terribile, Brònt dalla Lunga Spada?”

Tali stilemi vengono opportunamente ricondotti alla dimensione orale: l’insistenza con cui queste espressioni sono associate ai nomi ricorda infatti un procedimento tipico della poesia epica come il linguaggio formulare, che affonda le sue radici in una lunga trasmissione orale confluita solo in un secondo momento nelle forme scritte dei grandi classici epici.
E l’epica a cui si rifà Storie di Nigmàr è proprio quella dei grandi classici, latini e greci. Lo dimostra in modo evidente l’utilizzo di strutture morfosintattiche latineggianti, come il frequentissimo utilizzo di asindeti:

“Ed io affido a te la casa e il nostro vecchio padre, e il recinto, e il gregge, e tutto ciò che abbiamo avuto insieme.”

E si specchiarono, cielo e montagna, insieme – come in un sogno – nell’acqua. E lei vedeva lui barbuto, e robusto, ma bello; e lui vedeva lei perfetta, fatata, divina: nel suo candore il mondo intero si gloriava della luce, si perdeva in nere chiome, ed affogava in fondi abissi di occhi luccicanti.

E accarezzarono i teneri agnelli, e con dolcezza lui insegnò a lei i racconti del suo popolo, storie meravigliose. E risero insieme quando anche lei, Fata celeste e soave, tentò di modulare la voce grezza e robusta degli gnomi di Nigmàr, e così buffo fu il suono.

“Vedrai fiorire la tua terra senza che nessuno la coltivi, e raccoglierai fiori profumati in pieno inverno e mungerai le tue pecore come mai prima d’ora.”

E non dormiva e non mangiava, e disperava per l’amore di Brònt.

vocativi allocutivi:

“Siedi con me, fratello, e mangia e bevi.”

“Tu sei fortunato, caro Flìnt.”

“In quella mia disavventura, Brònt, incontrai un vecchio.”

patronimici:

Brònt, figlio di Trùk

Elék II, figlio di Elèk I, figlio di Gròk, figlio di Grànt

complementi d’argomento utilizzati come formula introduttiva per le storie interne:

“Canto di Grànt, padre di gnomi…”

“Canterò di come Brònt tornò dalla città con le sue armi e le sue vesti di guerriero, per portare insieme a Flìnt, suo fratello, l’ultimo saluto ad un padre morente, ma non fece in tempo.”

ripetizione del verbum dicendi a conclusione di un discorso:

Disse così.

Così le rispose.

calchi del supino passivo latino:

terribile a vedersi

incredibile a dirsi

Anche per quanto riguarda il lessico si nota l’uso di calchi dal latino. Per esempio in «Trùk, nobile pastore» l’aggettivo rende, più che il normale significato italiano di «nobiltà», l’originaria valenza latina di «grande animo, grand’uomo». Allo stesso modo in un’espressione come «candida Arràt» l’attributo in realtà non veicola tanto l’idea di biancore, come è comune in italiano, quanto piuttosto di «luce e bagliore dorato accecante», secondo il significato del corrispondente aggettivo latino. Ma non è solo nello stile che si nota la ripresa di elementi epici. In Storie di Nigmàr anche diversi personaggi e situazioni si rivelano chiaramente debitori dell’epica classica: ne sono un esempio le storie mitologiche di Grànt, di Thàer e Nìwd, così come la battaglia finale di Brònt contro la Lupa o lo scontro di Tendring con la Strega.
Questi ultimi due personaggi però richiamano alla mente anche il mondo della fiaba. La descrizione della capanna della Strega è eloquente al riguardo:

La Strega parlava con voce soave ma stridente, parlava ma non si vedeva. Flìnt di Nigmàr si guardava nel frattempo attorno, ed esplorava con lo sguardo la strana capanna, che profumava sì di erbe, di fumi e di incensi; ma che era anche spaziosa, pulita, accogliente, con molti scaffali ricolmi di libri. Un fuocherello vivace scoppiettava al centro della capanna, ma per qualche strano motivo non faceva alcun fumo né aveva bisogno di essere alimentato. (…) Lo gnomo si voltò e non credette ai propri occhi: solo un attimo prima avrebbe giurato che la capanna fosse deserta, e che la voce della Strega altro non fosse che un puro suono, un triste incanto; e invece ora, al fianco di lui, sedeva una figura di donna incappucciata, interamente avvolta dentro un manto grigio. (…) E veramente (Flìnt se ne accorgeva solo ora) l’intera sua figura esisteva ma non c’era; quasi pareva che fosse trasparente, simile a un fantasma o ad un qualche spettro opaco.

[Brònt] incuriosito camminò verso quel luogo, e presto scoperse una capanna, odorosa di spezie e di profumi, di fumi e di incensi. Sempre incuriosito vi entrò, cercando con gli occhi: e vide una sagoma grigia e incappucciata, come trasparente, tutta intenta a mescere un intruglio fumante dentro un grande calderone, e questo bolliva su di un fuoco magico, che bruciava senza legna né fumo. Il cuore forte dello gnomo sussultò: aveva capito che era entrato nella capanna della Strega.

Insieme alla capanna della Strega un altro luogo dal carattere marcatamente fiabesco è senza dubbio la «Riva arcana»:

Era notte fonda quando Flìnt di Nigmàr attraversò il corso del Fiume Sassoso, giungendo così alle soglie della “Riva Arcana”. Gli gnomi di Nigmàr la chiamavano così non soltanto perché appena oltre il fiume si trovava la capanna della Strega, ma perché veramente in quelle terre accadevano cose strane, magiche, pericolose; inoltre si diceva dimorassero in quei luoghi creature sconosciute, e tutti quanti se ne tenevano ben lontani.

Non a caso è proprio oltre la «Riva arcana» che Flìnt incontra la Strega e un personaggio come Tendring, che nella sua prima comparsa mostra il chiaro influsso del topos fiabesco del triplice incontro con la figura misteriosa di un vecchio mendicante che alla fine si rivela un personaggio sapienziale e salvifico:

Ecco che lo gnomo vide venire avanti a sé un vecchio, vestito di stracci marroni, forse un eremita, forse un mendicante. “Ho molta fame, gnomo gentile; te ne prego, dammene un poco”. Flìnt guardò per un istante il vecchio lacero: era molto magro; il suo volto appariva scavato dal tempo e dal digiuno.

“Vecchio, chiunque tu sia, devo ringraziarti. Dimmi il tuo nome, almeno, te ne prego, prima che ci separiamo”. “Sei molto saggio, Flìnt delle Gole, e intelligente, ma soprattutto generoso: salvasti e fosti salvato, soltanto questo fu il tuo merito. Da oggi io e te siamo amici, e quando canterai e racconterai di me nominerai Tendring, il Saggio, sacro a Thaér dal Terrestre Respiro.”

Questo inedito mix di epico e fiabesco trova una spiegazione considerando attentamente anche un altro aspetto dei luoghi in cui sono collocate le varie storie, cioè l’ambientazione in un mondo rurale che si potrebbe definire «arcadico». L’Arcadia è un luogo sui generis, che nella letteratura, dall’antichità greco-romana fino alla modernità, ha rappresentato l’ideale di un ambiente naturale incontaminato dove poter vivere di canto e poesia, luogo però sempre minacciato anche dall’emergere di forze distruttive. Una delle rappresentazioni più celebri di un tale universo è costituita dalle Bucoliche di Virgilio, in cui dieci egloghe, cioè dieci testi poetici di per sé autonomi eppure scelti a costituire una fitta rete di legami tra loro, dà forma a un universo rurale abitato non solo da pastori la cui attività principale è il canto, ma anche da creature come fauni, streghe, ninfe. Storie di Nigmàr riprende questo universo narrativo e ciò che in Virgilio era soltanto un tenue elemento unitario tra le dieci egloghe diventa qui, come si è visto, lo sviluppo di una fabula dall’intreccio assai complesso.
Confrontando la prima storia di Nigmàr con l’egloga I di Virgilio salta subito all’occhio come protagonisti di entrambi i testi siano due pastori che si incontrano nei campi e si confrontano sul loro futuro, futuro che per uno dei due prevede l’allontanamento dalla campagna. Ma i rimandi sono anche molto più precisi, come emerge già solo dai rispettivi incipit:

(MELIBOEUS) Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui Musam meditaris avena;
(…) tu, Tityre, lentus in umbra
Formosam resonare doces Amaryllida silvas.

(MELIBEO) Titiro, tu, riposando all’ombra di un ampio faggio,
componi un canto silvestre accompagnato da una tenue canna;
(…) tu, Titiro, tranquillo all’ombra,
insegni alle selve a far risuonare il nome della bella Amarillide.

Flìnt di Nigmàr sedeva sotto il suo albero preferito, pacificamente assorto; mangiava un pezzo di pane e ammirava beato il suo gregge pascolare sereno tra le Gole di Arràt, rifiorite a primavera. Gettò uno sguardo sognante alla sua pecora prediletta, (…) recitando intanto a bassa voce le canzoni del suo popolo, della sua città.

E quanto tutta questa storia sia costituita in profondità di rimandi alla egloga I viene dimostrato anche dal fatto che è similare pure l’argomento principale del dialogo tra i due pastori: in entrambi i casi infatti la discussione verte su un benefattore, descritto quasi come un dio, che ha permesso al più fortunato dei due di ottenere non solo pace, ma anche un ambito dono:

(TITYRUS) O Meliboee, deus nobis haec otia fecit:
namque erit ille mihi semper deus. (…)
(MELIBOEUS) Non equidem invideo; miror magis. (…)
Fortunate senex, ergo tua rura manebunt.

(TITIRO) O Melibeo, un dio ci donò questa pace:
infatti per me egli sarà sempre un dio. (…)
(MELIBEO) Non provo invidia, davvero, piuttosto mi stupisco. (…)
Uomo fortunato, dunque i campi rimarranno tuoi.

“Tu sei fortunato, caro Flìnt – disse poi Brònt, all’improvviso, con voce roca – Sei caro al divino Thaér, e potrai forse vivere qui per sempre, nella sua pace benevola. Dov’è la candida Arràt? Mostramela ancora, te ne prego, lascia che io la saluti”. (…) È meravigliosa: (…) abbine cura, fratello. Non te lo dico per invidia, sai che ti voglio un gran bene.

Queste riprese non devono però far pensare a una semplice operazione di trasformazione delle Bucoliche di Virgilio in una veste prosastica e in una chiave maggiormente fantastica: più appropriatamente qui si può parlare di un procedimento tipicamente postmoderno di riuso del classico come base per la creazione di nuova letteratura. Al riguardo è illuminante il confronto delle egloghe IV e VI con le corrispondenti storie. Il sesto capitolo di Storie di Nigmàr riprende la situazione alla base dell’egloga VI: non solo in entrambi i casi vengono narrati il rapimento di un fauno da parte del pastore protagonista dell’opera e poi il racconto, ad opera dello stesso fauno, di varie storie riguardanti il passato mitico; ma si assiste anche alla ripresa dell’argomento del canto stesso, in ambedue i testi una storia mitologica. Tutto questo però avviene all’interno di un universo diverso non solo dal punto di vista tematico o stilistico, ma anche per quanto concerne l’aspetto narrativo e strutturale. Infatti, se nelle Bucoliche non si può essere certi che il Titiro di questa egloga sia lo stesso della egloga I, qui non ci può essere alcun dubbio proprio perché i temi, le situazioni e i personaggi virgiliani vengono trasfigurati nella creazione di un nuovo universo dotato di una sua autonoma coerenza e di sue necessità interne. Così non si può nemmeno parlare propriamente di citazioni, dal momento che gli elementi ripresi non restano esterni al resto del corpo testuale, ma ne diventano strettamente intrinsechi: non si tratta di innesti virtuosistici o omaggi letterari, il sostrato virgiliano acquista un nuovo senso e una nuova natura, costruendo un altro mondo narrativo. Infatti il racconto mitologico del fauno, come si è visto, è assolutamente necessario al percorso delineato dalle Storie di Nigmàr, finalizzato com’è a spiegare le motivazioni quasi religiose dell’impossibilità dell’amore tra lo gnomo Brònt e la fata Selina. Ancora più emblematica è la storia IV, in cui l’intertesto poetico di Virgilio è a tal punto intrinseco alla struttura interna dell’opera da essere trasformato nel discorso della Strega stessa, a cui viene messo in bocca quasi come in una ripresa in miniatura della corrispondente egloga virgiliana:

“Ti parlerò, gnomo, con toni più alti: ben altro che pascoli, ben altro che campi ti attendono. Vicina è ormai l’ora; fu Nìwd, la Vergine, a sussurrarmelo all’orecchio, e il forte Thaér lo ripeté (un saggio eremita me lo disse): nasce in questo tempo il Figlio del Sole, nasce dal Tramonto, e sarà egli stesso nuova Alba; a questo triste mondo porterà egli nuova luce. (...) Nei giorni del Bambino, Flìnt di Nigmàr, vedrai fiorire la tua terra senza che nessuno la coltivi, e raccoglierai fiori profumati in pieno inverno e mungerai le tue pecore come mai prima d’ora: non temeranno, quelle, in quei giorni, gli strepiti dei Lupi. (...) Vedrai in quei giorni fiori soavi fiorire nella mangiatoia del Bambino. Egli dormirà, sereno e al sicuro, fino al suo momento: sterminato giace il Serpente dell’Ovest, ed i veleni dei suoi figli più non toccheranno queste terre. Ma un giorno ti sarà chiesto – non dimenticarlo – che tu gli racconti le imprese del padre, e l’antica sua virtù. (...) Nessun cantore eguaglierà le soavi storie di Flìnt, pastore di Nigmàr, dopo che questi le avrà raccontate. Sorridi ora, caro Flìnt, a tua madre, che ti rivelò tali cose; sorridi, perché il Bambino sta per nascere; sorridi, perché anche lui sorriderà alla madre, e al padre glorioso tenderà il ditino”.

(…) Paulo maiora canamus!
Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae. (...)
Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;
iam nova progenies caelo demittitur alto.
Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
desinet ac toto surget gens aurea mundo,
casta fave Lucina. (...)
At tibi prima, puer, nullo munuscula cultu. (…)
Ipsae lacte domum referent distenta capellae
ubera, nec magnos metuent armenta leones;
ipsa tibi blandos fundent cunabula flores,
Occidet et serpens, et fallax herba veneni
occidet. (…)
O mihi tam longae maneat pars ultima vitae,
spiritus et quantum sat erit tua dicere facta!
Non me carminibus vincet nec Thracius Orpheus. (…)
Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem.

Alziamo un poco il tono del canto:
non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici. (…)
Ritorna ormai la Vergine, ritornano i regni di Saturno;
già una nuova stirpe nasce dal cielo.
Tu, o casta Lucina, proteggi il bambino che sta per nascere,
con cui finirà la generazione del ferro e in tutto il mondo
sorgerà quella dell’oro. (…)
Per te, o bambino, la terra senza essere coltivata
spargerà i primi piccoli doni. (…)
Le capre riporteranno da sole le mammelle piene di latte,
e gli armenti non temeranno i grandi leoni;
la culla stessa ti donerà i fiori odorosi.
Anche il serpente scomparirà, pure la temibile erba di veleno
svanirà. (…)
Oh possa io vivere ancora quel tanto che basta
per celebrare nell’ultima parte della mia vita le tue imprese! (…)
Non mi potrà superare nel canto nemmeno Orfeo il Trace. (…)
Comincia, o piccolo bambino, a riconoscere con il sorriso la madre.

In questo caso l’appropriazione intertestuale è così profonda da essere, per così dire, risucchiata addirittura al livello intradiegetico: non solo il testo virgiliano viene trasformato nel discorso della Strega, ma anche il suo contenuto viene assorbito nell’universo narrativo a un punto tale che diventa possibile leggere Virgilio con gli occhi di Storie di Nigmàr e non piuttosto, come sarebbe normale, il contrario, quasi come se Storie di Nigmàr gettasse nuova luce sul testo originario e ne spiegasse i simboli del bambino, del serpente, dell’Età della Luce, della Vergine. L’allusività, che implica una piena comprensione possibile solo avendo presente il testo a cui ci si rifà, sembra paradossalmente funzionare più sull’egloga IV che sulla corrispondente storia di Nigmàr.
È questo il segreto di Storie di Nigmàr: la costruzione di un nuovo universo narrativo e letterario che si muove al confine tra racconto e romanzo, epica e fiaba, arcadico e fantastico, classico e moderno. I confini tra ogni categoria, così come le fonti, vengono trasfigurati per creare un inedito mondo postmoderno, in cui il fantastico è la dimensione in cui tutti i diversi elementi possono trovare unità e costruire una nuova struttura, nuovi luoghi, nuovi personaggi, un nuovo stile, una nuova realtà letteraria.


 

Guida alla lettura: Marco Ballarin
Illustrazioni: Manuel Coschignano