Giacomo da Lentini - Io m'aggio posto in core

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Questo sonetto costituisce una significativa esemplificazione della concezione dell'amore cortese, spesso percorsa da accenti religiosi con un difficile e complesso rapporto tra amore sacro e profano. Il componimento infatti non solo delinea un Paradiso estremamente materiale, quasi una sorta di gioiosa corte oltremondana, ma anche una donna amata significativamente divinizzata, al punto tale che sembra praticamente sostituire nei desideri del poeta la cristiana visione beatifica di Dio. Per alcuni critici quindi si sarebbe in presenza di una decisa materializzazione del Paradiso, mentre per altri, al contrario, si assisterebbe qui a una spiritualizzazione dell'amore fisico, sublimato in una pura contemplazione che anticiperebbe la «donna-angelo» dei poeti stilnovisti. Del resto lo stesso Giacomo da Lentini si mostra ben consapevole dell'ardita operazione da lui compiuta e nelle terzine mostra il bisogno di glossare il concetto: nonostante l'ampia ripresa di luoghi comuni della lirica provenzale, in lui non c'è più l'atmosfera gaudente tipica della poesia trobadorica.
 

[1] Io m'aggio[2] posto[3] in core a Dio servire,
com'[4]io potesse[5] gire in paradiso,
al santo loco, c'[6]aggio audito dire,
o' si mantien sollazzo, gioco e riso[7].

[8] Sanza mia donna non vi voria[9] gire,
quella c'à blonda testa e claro viso,[10]
che senza lei non poteria gaudere,[11]
estando[12] da la mia donna diviso[13].

[14] Ma no lo dico a tale intendimento,
perch'io pecato ci volesse[15] fare;
se non veder lo suo bel portamento[16]

[17] e lo bel viso[18] e 'l morbido sguardare:
che 'l mi teria in gran consolamento[19],
veggendo[20] la mia donna in ghiora[21] stare.



[1] Io mi sono ripromesso nel cuore di servire Dio,
per poter andare in Paradiso,
in quel santo luogo in cui, come ho sentito dire,
gioia, divertimento e allegria durano per sempre.

[2] Meridionalismo: si tratta della forma siciliana del verbo «avere».

[3] Meridionalismo la costruzione sintattica con l'uso del riflessivo insieme all'ausiliare «avere».

[4] Introduce una subordinata a metà tra la finale e la modale.

[5] Meridionalismo l'uso del congiuntivo imperfetto al posto del presente.

[6] Letteralmente sarebbe un pronome relativo: «che».

[7] Il trinomio, come ha notato Contini, risulta dalla fusione di due diffusi binomi sinonimici provenzaleggianti: «sollazzo» e «gioco», e «gioco» e «riso».

[8] Non vi vorrei andare senza la mia donna,
che ha capelli biondi e un viso luminoso,
perché non potrei essere felice senza di lei,
stando separato dalla mia donna.

[9] Meridionalismo: si tratta della forma usuale del condizionale sicilano. Questa tipo di condizionale entrò nella lingua letteraria proprio per influsso della lirica sicliana e fu usato in poesia fino all'Ottocento.

[10] L'aspetto fisico della donna risponde ai canoni fissati dalla letteratura provenzale: se la definizione «dame au cler vis» [donna dal viso luminoso] costituisce una delle formule tipiche della produzione cortese, anche l'immagine della dama bionda deriva dal canone estetico diffuso dai trovatori.

[11] Termine tecnico della poesia amorosa, evidenziato ancora di più dalla rima siciliana con «servire», un altro vocabolo altrettanto connotato in senso cortese. Del resto la frase nel suo insieme costituisce un preciso rimando ad affermazioni tipiche della letteratura cortese in lingua d'oc e d'oil: un ottimo esempio è costituito dai versi «estre ne voudroie / en Paradis, s'ele n'i estoit moie» [non vorrei stare / in Paradiso, se là ella non fosse mia] contenuti in Dame, l'en dit que l'en muert bien de joie di Thibaut IV di Champagne (1201-1253).

[12] Forma rara con prostesi.

[13] «viso...diviso»: rima ricca.

[14] Ma non lo dico con l'intenzione di
volerci commettere peccato insieme;
solo nel senso di voler continuare a vedere il suo virtuoso contengno,

[15] Ritorno del verbo «volere»: ripresa lessicale che collega la terzina alle quartine precedenti.

[16] Nella tradizione cortese è tratto più morale che fisico, a indicare essenzialmente i «buoni costumi».

[17] il bel viso e il dolce sguardo:
perché considererei una grande consolazione per me
vedere la mia donna nella gloria del Paradiso.

[18] Ripresa, sempre in posizione forte (qui in cesura), del «claro viso» del v. 6.

[19] «portamento...consolamento»: rima ricca.

[20] Il gerundio ad apertura dell'ultimo verso mostra una costruzione delle terzine simmetrica a quella delle quartine, mentre il ritorno del verbo «vedere» sigilla in unità il ragionamento svolto nelle terzine.

[21] Forma popolare per «gloria» diffusa in molti dialetti italiani, tra cui siciliano e toscano.