Giovanni Boccaccio - Decameron, VI 1

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La sesta giornata del Decameron, dedicata ai motti di spirito[1], esalta il valore del buon utilizzo della parola detta e si pone così in correlazione con l'operazione compiuta dalla «lieta brigata» protagonista dell'opera[2]: non a caso si tratta delle novelle che occupano la posizione centrale del Centonovelle. Il legame con la cornice si esplica con forza nella prima novella, come si vede già dalla rubrica di VI 1:

Un cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novella: e, mal compostamente dicendola, è da lei pregato che a piè la ponga. (§ 1)

Dunque si tratta di una novella in cui si ripropone la stessa situazione che è alla base della cornice: l'attività del novellare. Ma è la stessa narratrice, Filomena, a notare un'altra somiglianza, una somiglianza d'ambientazione:

per avventura essendo in contado, come noi siamo (§ 6).

Le somiglianze, tuttavia, non si esauriscono solo in questo: per individuarle è utile fornire prima un riassunto della novella. Protagonista è «una gentile e costumata donna e ben parlante» (§ 5), madonna Oretta, che durante un'escursione galante nel contado fiorentino si sente rivolgere da un cavaliere, per allievare la fatica del cammino, questa offerta:

«Madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porterò, gran parte della via che a andare abbiamo, a cavallo con una delle belle novelle del mondo» (§ 7).

Il cavaliere dunque offre a madonna Oretta di raccontarle una novella ricorrendo a una metafora, che costituirà la base per il successivo motto di madonna Oretta: la metafora dell'attività di novellare come aiuto nelle fatiche del viaggio della vita, allo stesso modo in cui in un lungo viaggio aiuta andare a cavallo. Getto individua l'origine della battuta nel proverbio latino «Facundus in itinere comes pro vehiculo est»[3], ma Freedman nel suo saggio dedicato proprio a questo aspetto[4] ha individuato per l'espressione del cavaliere una fonte diversa, consistente in un enigma di origine orientale[5], in cui uno dei due compagni a cavallo dice all'altro «Portami e io porterò te», suscitando perplessità, finché non viene esplicitata la soluzione in questi termini:

chi, viaggiando con un compagno, gli racconta detti e novelle, e cita indovinelli e proverbi, con questo 'porta' il suo compagno e gli fa strada e gli alleggerisce il tedio del viaggio e lo libera dai pensieri inquietanti[6]

Il cavaliere di VI 1, però, rivelandosi non un grande affabulatore, non riuscirà a perseguire questo obiettivo:

Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la spada allato che ˊl novellar nella lingua, udito questo cominciò una sua novella, la quale nel vero da sé era bellissima, ma egli or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola e ora indietro tornando e talvolta dicendo: «Io non dissi bene» e spesso ne'' nomi errando, un per un altro ponendone, fieramente la guastava: senza che egli pessimamente, secondo le qualità delle persone e gli atti che accadevano, proferava. (§ 9)

Per questo il cavaliere, invece di rendere il viaggio meno faticoso alla donna, al contrario fa sì che a madonna Oretta

spesse volte veniva un sudore e uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse stata per terminare (§ 10).

Significativamente Fido definisce questa reazione «una specie di antiorgasmo»[7]: del resto la metafora del cavallo intende alludere anche alla probabile inabilità del cavaliere come amante. Secondo Picone, infatti, Boccaccio coinvolge qui altri intertesti come il Lai du Trot e un racconto dell'Ars honeste amandi di Andrea Capellano, nei quali il trotto traduce metaforicamente una prassi erotica rozza, non compatibile con il codice cortese[8]. A liberare madonna Oretta da questa situazione fastidiosa interviene la sua sapiente capacità di invenzione di un motto con cui ritorce contro il cavaliere la metafora cavallina:

«Messer, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto, per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè». (§ 11)

Madonna Oretta, dunque, argutamente fa capire al cavaliere di essere finito nel «pecoreccio» (§ 10) e il suo interlocutore si mostra almeno buon intenditore, comprendendo di dover terminare questa sfortunata performance novellistica per iniziarne una nuova forse più fortunata:

per avventura era molto migliore intenditor che novellatore, inteso il motto e quello in festa e in gabbo preso, mise mano in altre novelle e quella che cominciata aveva e mal seguita senza finita lasciò stare. (§ 12)

Infatti Picone ha sottolineato l'importanza di distinguere la competence novellistica, che anche il cavaliere sembra possedere (viene detto che egli “mise mano ad altre novelle” ed, è lecito supporre, furono felicemente condotte in porto) dalla performance[9]. Dunque dove ha fallito il cavaliere? Gli errori commessi dall'inesperto narratore, come abbiamo visto[10], vengono chiaramente posti a livello non di fabula, ma di intreccio[11]: per quanto riguarda la disposizione dei motivi si tratta del tornare indietro, sbagliarsi e correggersi nella narrazione e l'equivocarsi sui nomi, mentre nella forma si viene meno al principio retorico della convenientia[12] e si continuano a ripetere le stesse parole. Su queste basi Almansi ha individuato in questa «una novella-chiave che potrebbe essere letta come un invito cifrato a leggere il testo [cioè il Decameron] in un certo modo. (…) Si tratta quindi di una metanovella, cioè di una novella sull'arte di novellare»[13]. Nella novella abbiamo la dimostrazione pratica di come non vada raccontata una novella: questo è ancora più evidente, se la confrontiamo con la poetica positiva che Filomena nell'esordio svolge esaltando l'importanza dei motti:

Giovani donne, come ne'' lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo e nella primavera i fiori de'' verdi prati e de'' colli i rivestiti albuscelli, così de'' laudevoli costumi e de'' ragionamenti belli sono i leggiadri motti; li quali, per ciò che brievi sono, tanto stanno meglio alle donne che agli uomini quanto più alle donne che agli uomini il molto parlar si disdice. (§ 2)

È evidente quanto il motto sia presentato come strettamente legato all'arte oratoria, all'arte cioè del ben parlare, dell'esprimersi con abilità ed efficacia[14]: questo è ciò che compiono madonna Oretta e la sua narratrice Filomena, ma non il cavaliere. Inoltre i motti si addicono di più alle donne che agli uomini, così come le novelle del Decameron. Chiosa, quindi, Picone:

Dentro la vera novella di Filomena troviamo la falsa novella, o l'anti-novella, del cavaliere. Se la prima compare con onore al centro stesso del Decameron, la seconda invece non può essere nemmeno riportata. La pretesa del cavaliere di far parte del club dei narratori decameroniani viene pertanto rigettata. D'altro canto, l'intelligenza critica con la quale madonna Oretta giudica la sgraziata performance novellistica del suo occasionale compagno di viaggio contribuisce a renderla membro onorario di quello stesso club.[15]

Filomena, infatti, rende in modo molto vivace e efficace gli sbagli del cavaliere, mimando coi gerundi l'incertezza e la sofferenza del narratore di terzo grado[16]: così offre un esempio di come il cavaliere avrebbe dovuto raccontare la sua storia, rendendo piacevole per gli altri nove ascoltatori e per noi lettori ciò che per madonna Oretta era tanto penoso. Come il racconto intertesto tratto dal Libro della delizie di Yosef ibn Zabara[17] rispecchia en abîme la cornice narrativa di tutta l'opera caratterizzata dal viaggio di due personaggi che si raccontano storie, discutono dei più vari argomenti o si rivolgono indovinelli[18], così qui esattamente al centro del Decameron viene posto en abîme l'operazione compiuta da Boccaccio nella sua opera: il riutilizzo di tutto il materiale della tradizione narrativa precedente al fine di costruire nel genere della novella la summa della narratio brevis[19]. Questa operazione non riesce al cavaliere e perciò la sua novella non può trovare posto nel Centonovelle; ma madonna Oretta, invece, risemantizzando genialmente ed efficacemente un dato della tradizione, si pone sulla stessa scia dell'operazione compiuta dai narratori attraverso cui Boccaccio compone il nuovo genere. Non a caso è una donna aristocratica la narratrice risuscita, così come in maggioranza lo sono le responsabili dell'atto narrativo di secondo grado[20]; e nello stesso tempo madonna Oretta è narrataria di una novella: ugualmente il Decameron nella sua interezza si prefigge come lettrici ideali le donne, da cui ci si aspetta però approvazione per la materia narrata e non, come nel caso di madonna Oretta, disgusto[21]. Infine la metafora impiegata nel motto non a caso include, come abbiamo visto[22], un sottinteso erotico/amoroso, esattamente come molte delle novelle boccacciane[23].

Possiamo, dunque, schematizzare la posizione di questa novella all'interno del quadro generale dell'opera in questa maniera[24]:

Giovanni Boccaccio Decameron VI 1

Se l'autore (A), rivolgendosi a un pubblico (narratario) immaginato come prevalentemente femminile (No''), costruisce per raggiungere i propri fini un narratore (N) che racconta di 7 donne e 3 uomini a loro volta raccontanti una novella (N'' = x = 1/10 B) a turno (No'' = B – x), non c'è identificazione (≠) tra loro e il cavaliere narratore fallimentare di una novella (P2 = N'') a madonna Oretta (P1 = No''), che per questo è disgustata dalla performance ([P1 = No''] ≠ [No'' = B – x] = No''); ma c'è identificazione tra l'operazione da loro compiuta e quella di madonna Oretta ([N'' = x = 1/10 B] = [P1 = N'']), così come tra l'apprezzamento del motto da parte del cavaliere e la lode degli altri componenti della brigata e poi in generale del narratario femminile ([P2 = No''] = [No'' = B – x] = No'').

In questa cinquantunesima novella, dunque, non viene messa en abîme solo l'attività generica del novellare[25], ma la precisa operazione che è alla base del Decameron: e questo avviene non a caso esattamente al suo centro.



[1] «Voglio che domane con l’aiuto di Dio infra questi termini si ragioni, cioè di chi, con alcun leggiadro motto tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno» (V Concl., 3). Tutte le citazioni del Decameron sono tratte da G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Einaudi, Torino, 1985.

[2] «Come tutto il Decameron racconta di dieci persone la cui attività capitale è quella di raccontare, così nella sesta giornata queste dieci persone parlano di personaggi interessanti principalmente perché sanno parlare» (FIDO 1988: 78).

[3] Cfr. GETTO 19583: 140. Ma già prima di lui SCHERILLO nella sua edizione commentata del Decameron (1914: 285) aveva segnalato questa origine.

[4] Cfr. FREEDMAN 1975.

[5] Il problema verrà affrontato maggiormente nel dettaglio nel seguito del saggio.

[6] Cit. in FREEDMAN 1975: 239.

[7] FIDO 1988: 43.

[8] Cfr. PICONE 2008: 267-268. A ulteriore riprova si noti che nella descrizione del cavaliere si sottolinea non solo l’incapacità performativa ma anche lo scarso adeguamento ai principi della «cortesia»: «Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la spada allato che ˊl novellar nella lingua» (§ 9). Per quest’ultima osservazione cfr. BARATTO 19742: 75.

[9] Cfr. PICONE 2008: 266.

[10] Cfr. supra p. 2 alla citazione del § 9.

[11] Si utilizza la terminologia di TOMAŠEVSKIJ 1965.

[12] Si tratta della non adeguatezza dello stile ai fatti e ai personaggi narrati (cfr. BARATTO 19742: 75).

[13] ALMANSI 1972: 140 e 142.

[14] Cfr. STEWART 1986: 20-23.

[15] PICONE 2008: 266-267.

[16] Cfr. BARATTO 19742: 75; FIDO 1988: 88.

[17] Per una discussione su questo punto cfr. FREEDMAN 1975, che individua la fonte piuttosto dall’adattamento esemplaristico del Libro delle delizie ad opera della Compilatio singularis exemplorum, e PICONE 2008, che invece considera necessario presupporre la presenza modellizzante del Libro delle delizie.

[18] Cfr. PICONE 2008: 259-264.

[19] Cfr. l’affermazione del Proemio del Decameron «intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo» (§ 13) secondo l’interpretazione di PICONE 2008: 137-138.

[20] Cfr. Proemio, 13: «[novelle] raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani».

[21] Cfr. Proemio, 14: «le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire».

[22] Cfr. quanto detto.

[23] Cfr. Proemio, 14: «Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati avvenimenti si vederanno così ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi».

[24] Per questo schema cfr. FIDO 1988: 37-43; FIDO 1995; PICONE 1995.

[25] Come avviene, per esempio, in I 3 e I 7.


 

Guida alla lettura: Marco Ballarin