L'immagine della fenice

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A me appartiene lo ieri, io conosco il domani. Fu fatta la lotta degli dei al mio comando. Io conosco questo dio grande che è in esso. Io sono questa grande fenice che è in Eliopoli.

(Libro dei morti, 17)

 

LA FENICE GRECO-ROMANA

C'è anche un altro uccello sacro: si chiama fenice. Io, però, l'ho visto solo in pittura. Di rado infatti compare tra di loro: come dicono gli abitanti di Eliopoli, ogni cinquecento anni. Dicono che venga quando gli muore il padre. Se è come lo si dipinge, ha queste dimensioni e questo aspetto: alcune delle sue piume sono dorate, altre rosse; nella sagoma e per la grandezza somiglia moltissimo a un'aquila. Dicendo cose per me incredibili, raccontano che la fenice compia questa imprese: muovendo dall'Arabia, porta il padre tutto avvolto in mirra nel santuario di Helios, e lo seppellisce in quello stesso santuario. Lo porta così. In primo luogo modella un uovo di mirra tanto grande quanto gli è possibile portarlo; quindi prova a portarlo; dopo che ci è riuscito, svuota l'uovo e ci mette dentro il padre; con altra mirra ricopre la parte dell'uovo da cui ha praticato la cavità per introdurvi il padre; quando il padre è nell'uovo, si riprdouce il peso di prima. Dopo aver avvolto il padre così, lo porta in Egitto nel santuario di Helios. Ecco l'impresa che questo uccello, a loro dire, compie.

(Erodoto, Storie, II, 73, 1-4)

 

Riguardo alle storie che hanno due versioni poichè alcuni dicono che le cose stanno in un modo e altri in un altro, farai bene a seguirne una pensando che si realizzerà, anche se poi dovessi ingannarti; ma è meglio conoscere ed esporre entrambe le versioni. Ad esempio, un tale sognò di dipingere l'uccello fenice; e l'egiziano che narrava questo sogno disse che costui giunse a tale punto di miseria, che alla morte di suo padre egli per l'estrema povertà se lo caricò sulle spalle e lo portò così alla sepoltura: infatti la fenice seppelisce il proprio padre. Se in effetti il sogno avesse avuto questo esito, lo ignoro; ma certo quello lo interpretava secondo tale versione della storia. Ma alcuni dicono che la fenice non seppellisce affatto il proprio padre; anzi, che non ha alcun padre ancora in vita, nè altri progenitori. Quando la spinge il suo destino, essa giunge non si sa da dove in Egitto, ed essendosi costruita una pira di mirra e di cassia sopra di questa viene a morte. Quando la pira è bruciata, dicono che dopo un certo tempo dalla cenere nasca un verme, il quale cresce e poi si trasforma assumendo di nuovo l'aspetto di fenice; quindi vola via dall'Egitto colà donde venne l'altra fenice esistita prima di essa. Cosicché se si dicesse che chi ha visto questo sogno è privo di genitori, secondo questa versione della storia non si sbaglierebbe.

(Artemidoro, Libro dei sogni, IV, 47)

 

Sotto il consolato di Paolo Fabio e di L. Vitellio [34 d.C.], dopo un lungo spazio di secoli, giunse in Egitto la fenice, offrendo così ai più dotti di quel popolo e dei greci materia di lunghe dissertazioni (...). E' diffusa credenza che la vita della fenice duri cinquecento anni; vi sono poi coloro che credono che fra l'una e l'altra apparizione passino millequattrocento sessantuno anni e che le fenici apparse in precedenza siano state prima sotto il regno di Sesoside, poi sotto quello di Amaside e che più tardi, sotto il regno di Tolomeo III della dinastia macedone, essa volò nella città di Eliopoli, seguita da uno stormo di altri volatili, ammirati del suo strano aspetto. Fatti così lontano sono, tuttavia, oscuri; fra Tolomeo e Tiberio vi furono meno di duecentocinquantanni, per cui alcuni credettero che questa fenice fosse inesistente e che non fosse eppure mai venuta dalle terre degli arabi, e che non avesse mai compiuto nessuno di quegli atti che la tradizione ha affermato.

(TacitoAnnali, VI, 28, 1-5)

 

Abbiamo scoperto uno strano animale,
meraviglioso, quale non vide mai alcun mortale.
Era grande circa il doppio di un'acquila.
Il suo piumaggio era di svariati colori,
la porpora si spandeva su tutto il petto,
le zampe erano vermiglie e, intorno al collo
si formava un collare di piume color zafferano.
La sua testa era simile a quella dei nostri galli.
I suoi occhi avevano riflessi di smeraldo:
la pupilla fiammeggiava come una rossa cocciniglia.
Il suo canto era il più armonioso di tutti:
sembrava il re di tutti gli esseri alati.
Non si poteva dubitarne,
perchè tutti gli uccelli,  rispettosamente, si lanciavano insieme dietro di lei.
Essa avanzava davanti a loro, fiera come un toro,
con passo rapido e maestoso.

(Ezechiele il Tragico, Exagoge in Eusebio, Preparatio Evangelica, 29, 16)

 

Fenice è il nome di questo uccello, etiope di nascita, della grandezza quanto un pavone: per il colore il pavone viene secondo in bellezza. Le ali sono un misto di oro e di porpora: vanta il Sole come suo padrone, e il suo capo lo attesta, giacché gli fa da corona un cerchio magnifico, e questa corona costituita dal cerchio è il simbolo del sole. E' di colore cianeo, simile a quello delle rose, bello alla vista, ha una chioma di raggi, ed è questa raggiera di penne simile ai raggi del solo nascente.

(Achille Tazio, Leucippe e Clitofonte, III, 25)

 

Tale il partico re del biondo Tigri guida
barbare torme: e con un ricco ornamento di gemme
decora con ostentazione il capo di corone regali,
regge il suo destriero con aureo freno; l'abito tinto di porpora
è ricamato d'ago d'assiria e orgoglioso per il comando
con alto imperio insuperbisce tra le schiere soggette.
O fortunato uccello erede di te stesso! Quello che ci fa
tutti morire, è quanto ti dà forza; la nascita è data dalle
ceneri; la vecchiaia muore senza che muoia tu.
Vedesti tutto ciò che fu nel mondo; con la tua testimonianza
tutti i secoli compiono la rivoluzione: conosci in che tempo
sugli alti scogli stagnanti le acque sue diffuse il mare,
quale grande anno bruciò per gli errori di Fetonte,
e nessun danno ti rapisce, e solo supersite
tu rimani, anche a terra annientata: le Parche non raccolgono contro
di te i loro fili spietati, né ebbero mai il diritto di nuocerti.

(Claudiano, La fenice, 83-88.101-110)

 

Fortunato per la sua sorte e la sua fine, l'uccello
a cui Dio accordò di nascere da se stesso!
Femmina o maschio, o senza sesso alcuno,
felice di non obbedire alle leggi di Venere.
Per lui, Venere è la morte, il solo piacere è nella morte:
al fine di poter nascere, aspira subito a morire.
Prole a ses stessa, padre e suo stesso erede,
nutrice di sé e sempre alunna di se stessa.
La fenice identica a sé, non però la medesim,
giunge alla vita eterna col bene della morte.

(Lattanzio, La fenice, 161-170)

 

LA FENICE GNOSTICA

Lei [Sofia Zoe] mandò un uccello affinché fossero nel loro mondo i mille anni del Paradiseo, un animale pieno di vita, detto la fenice. Esso muore e si ravviva quale testimonio del giudizio contro di essi, poiché agirono ingiustamente verso Adamo e la sua stirpe fino al termine dell'eòne.
Fino al termine del mondo vi sono tre uomini con le lore stirpi: il pneumatico dell'eòne, lo psichico, e il terrestre.
Allo stesso modo tre sono le fenici del Paradiso: la prima è immortale; la seconda dura mille anni; della terza è scritto, nel Libro Sacro, che sarà consumata.
Allo stesso modo, vi sono tre battesimi: il primo è penumatico; il secondo è di fuoco; il terzo è di acqua.

(Origine del mondo, 122, 8-14)

 

Uomo, che non capisci proprio per nulla i frutti di giustizia, perché Dio ha creato l'uccello fenice e non gli ha dato alcuna femmina, ma lo lasciò solitario? E' chiaro! Per manifestare che i santi devono rimanere nello stato giovanile di eunuchi volontari senza alcuna comunione con la femmina, e la sua resurrezione è protesa alla vita.

(Lettera di Tito, 7, 3)

 

LA FENICE CRISTIANA

Carissimi, notiamo come il Signore ci mostri di continuo la futura resurrezione di cui ci diede come primizia il Signore Gesù Cristo risuscitandolo dai morti. (...) Consideriamo lo strano prodigio che avviene nelle terre d'Oriente, cioè in quelle vicino all’Arabia. Vi è un uccello chiamato fenice: è il solo della specie e vive cinquecento anni. Quando è vicino a morire si fa un nido con incenso, mirra ed altri aromi e giunta l'ora vi entra e muore. Dalla carne in putrefazione nasce un verme che nutrendosi dei succhi dell'animale morto, mette le ali. Poi, divenuto forte prende quel nido in cui sono le ossa del suo genitore e portandoselo passa dall'Arabia all'Egitto nella città chiamata Eliopoli. E di giorno sotto lo sguardo di tutti, volando sull'altare del sole lo depone e così torna indietro. Pertanto i sacerdoti esaminano gli annali e trovano che esso è giunto al compiersi del cinquecentesimo anno. Riteniamo, dunque, cosa grande e straordinaria che il creatore dell'universo opererà la risurrezione di coloro che lo hanno servito santamente nella sicurezza di una fede sincera. Non ci comprova anche in un uccello la grandezza della sua promessa?

(S. Clemente Romano, Lettera ai Corinzi 14,1.15,1-5)

 

Se l'universo non ti raffigura a sufficienza il fenomeno della resurrezione, se niente del genere di sigilla ciò che è stato creato da Dio, in quanto si sostiene che le singole cose dell'universo non tanto muoiono quanto cessano e si pensa che esse non tanto siano rianimate quanto riformate, accetta il seguente esempio, completo e sicuro, che vale per questa speranza, se è vero che esso riguarda una cosa animata, soggetta tanto alla vita quanto alla morte. Mi riferisco a quell'uccello che è tipico dell'Oriente, famoso perchè è unico, straordinario a causa della sua discendenza, il quale, eseguendo di sua spontanea volontà il suo funerale, si rinnova, con una morte che è la sua nascita morendo e succedendo a se stesso, di nuovo fenice quando non è più oramai nessuno, di nuovo lui stesso quando non è già più, il medesimo-altro. Che cosa c'è di più evidente e di più testimoniato a vantaggio di questa causa, o in favore di quale altra cosa esiste una prova siffatta? Lo dice anche Dio nella sua scrittura: "E fiorirai come una fenice" [Sal 92, 13], cioè rifiorirà dalla morte, dal tuo funerale, in modo da credere che anche dal fuoco si può ricavare la sostanza corporea. Che noi valiamo più di molti passeri, ce lo ha assicurato il Signore: niente di straordinario, se noi valiamo di più anche delle fenici.

(Tertullliano, La resurrezione dei morti, 12, 5-6)

 

Dio conosceva tale incredulità degli uomini e per questo creò l'uccello chiamato fenice. Esso, come scrive Clemente e i più narrano, è unigenito e venendo nella terra d'Egitto a intervalli di cinquecento anni dimostra la resurrezione. [La dimostra] non nei luoghi deserti, ma perché sia conosciuto il mistero che avviene in una città illustre in modo che l'incredibile sia toccato con mano. Costruitosi un nido di mirra, di incenso e di altri aromi in un ciclo completo di anni, entratovi, agli occhi di tutti muore e imputridisce. Poi dalla putrefazione della carne morta, nasce un verme e questo crescendo prende la forma di un uccello (....). Poi la suddetta fenice, mettendo le penne e divenuta perfetta quale era la prima fenice, vola nell'aria, come anche quella che era morta, mostrando agli uomini apertamente la resurrezione dei morti.
Meraviglioso uccello è la fenice, ma uccello irragionevole che mai canta a Dio. Vola nell'aria, ma non sa chi sia l'unigenito figlio di Dio. A questo animale irrazione che non conoce il suo creatore è data la resurrezione dai morti. A noi, poi che glorifichiamo Dio e osserviamo i suoi precetti non è data la resurrezione?

(S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi prebattesimali, XVIII, 8)

 

LA FENICE MEDIEVALE

Esiste in India un uccello detto fenice: ogni cincquecento anni se ne va verso gli alberi del Libano, ed empie le sua ali di aromi, e si annuncia con un segno al sacerdote di Eliopoli, nel mese nuovo, Nisan o Adar, cioè nel mese di Famenòth e di Famouthì. Il sacerdote, avvertito, giunge e carica l'altare di sarmenti di vite: l'uccello allora entra in Eliopoli, carico di aromi, e sale sull'altare, e il fuoco si accende da sè e lo consuma. L'indomani, il sacerdote frugando l'altare scopre nella cenere un verme; il secondo giorno, lo trova divenuto un piccolo uccello, e il terzo, lo trova divenuto un uccello adulto; il quale saluta il sacerdote, e se ne va nella propria dimora.
Se dunque quest'uccello ha il potere di uccidersi e di rinascere, come possono gli insensati Giudei indignarsi contro le parole del Signore: "Ho il potere di deporre la mia anima, e il potere di riprenderla" [Gv 10,18]? La fenice è un'immagine del Salvatore nostro: Egli è sceso infatti dai cieli, ha steso le sue due ali, e le ha portate cariche di soave odore, cioè dele virtuose parole celesti, affinché anche noi spieghiamo le mani in preghiera, e facciamo salire un profumo spirituale mediante buoni comportamenti.

(Il Fisiologo, 7)

 

La fenice araba prende il nome dal colore purpureo del piumaggio.
E' uccello singolare e unico, che vive oltre cinquecento anni. Quando si accorge di essere ormai giunto alla fine della sua esistenza, con rami di piante aromatiche innalza una pira su cui si dispone, rivolto ai raggi del sole. Nel rogo così acceso, e che alimenta col battito delle ali, la fenice muore volontariamente. Dopo nove giorni, da queste ceneri nasce un uccello.
La fenice è un simbolo di Cristo che depose e fece rivivere la propria anima. Se la fenice ha questo potere di resurrezione, perché dunque gli stolti confutano irosamente le parole del Vangelo: "Pace agli uomini. E' sceso dal cielo il Salvatore. Egli ha riempito il Vecchio e il Nuovo Testamento del profumo della sua dolcezza, è morto per noi sulla Croce e il terzo giorno è risuscitato"?
Di questo uccello e della sua morte esiste anche un'altra versione. Esso nasce sempre in Arabia e raggiunge la molto longeva età di cinquecento anni; quando avverte prossima la fine si costruisce un nido di mirra, incenso e altri aromi, nel quale, una volta completato il ciclo della sua esistenza, entra e muore. Dalla corruzione del suo corpo nasce un verme che col passare del tempo si riveste di ali e assume l'aspetto della fenice da cui è nato.
La fenice, pur non essendo dotata di razionalità, e senza ispirarsi agli esempi di chi l'ha precedeuta, ci insegna a credere nella resurrezione, di cui rinnova il solenne rito, avvicinandoci alle creature umane.
Dio non ha permesso alle sue creature di morire in eterno e ha voluto rinnovarne l'esistenza attraverso il frutto della loro stessa corruzione: questo ci ricorda la fenice. Se Dio invia avvertimenti, è perché le sue creature si costruiscano un rifugio ove ritirarsi e lo riempiano di aromi preziosi che cancellino l'odore della morte. Anche l'uomo deve prepararsi un rifugio dove purificherà la sua vecchiaia, adornandola di buone azioni. L'involucro che lo può custodire e proteggere nel giorno della morte è Cristo, che dice: "La mia faretra lo ha protetto".
Occorre prepararsi al giorno della morte come già san Paolo che dice: "Ho combattutto onestamente, ho compiuto il corso della vita e ho conservato la fede. E' in serbo per me la corona della giustizia". Ed entrò come la buona fenice nel suo rifugio che profumava dell'odore del suo martirio.
Il rifugio è la fede. Occorre riempirlo dei balsami delle virtù, che sono carità, misericordia e giustizia. Allora l'uomo può entrare sicuro nella parte più interna, profumata della soavità delle azioni. Ivi lo troverà la morte, rivestito di fede, e le sue ossa saranno feconde, come un ricco e verde giardino i cui semi godono di una pronta fioritura.

(Il Bestiario di Cambridge)

 

I divini sapienti, ossia i teologi, tramandarono che la Sapienza medesima si attribuì una forma di verme, forse nel luogo in cui per bocca del Profeta è detto: "Io sono verme e non uomo" [Sal 21, 7]. Ciò si deve intendere riferito a Cristo, il quale non è nato da un seme virile ma, allo stesso modo in cui il verme nasce dalla semplice natura della terra, ha ricevuto la sua carne dalle viscere di una perpetua e incontaminata Vergine. Così, nulla vi è nella natura di più spregevole di un verme, che nasce dalla semplice terra, e nondimeno in esso si raffigura l'incarnazione del Verbo di Dio, che supera ogni sensazione e ogni intelligenza (...). E tale mistico verme non è forse quello stesso a immagine del quale, ogni cincecento anni, nasce un verme dalle ceneri dell'arabico uccello, la fenice, che è stata consumata dalle fiamme sprigionatesi dal suo petto, e torna a rifiorire come prima? Cristo infatti è stato consumato dal fuoco della Passione, che aveva accettato di sua spontanea volontà e, mirabile verme, è disceso all'Inferno. Ma dopo tre giorni è ritornato; i suoi Apostoli, che lo avevano visto arere sulla croce, lo videro risorgere in un corpo spirituale e, volando suelle ali della virtù, ascendere al Padre suo.

(Expositiones in ierarchiam coelestem, II, 5, 1064-1074.1088-1098)

 

Io non disdegno nei pensieri del cuore
di cercare letto di morte nel mio nido,
uomo fiaccato nel corpo, di partire abietto di qui
per lungo viaggio, coperto di polvere,
triste per antiche azioni, in grembo alla terra,
e poi dopo la morte per dono del Signore
di poter avere come l'uccello fenice
vita nuova dopo la resurrezione,
gioie con il Signore, dove la cara schiera
loda l'amato. Di quella vita
mai in eterno potrò vedere la fine,
della luce e della letizia. Benché il mio corpo
dovrà corrompersi nella tomba
a diletto dei vermi, tuttavia il Dio delle schiere
dopo l'ora della morte libererà l'anima
e la desterà nella gloria. La speranza di ciò
mai verrà meno nel mio petto, perché io ho sicura
nel Principe degli angeli gioia duratura.

(Liber Exoniensis, 552-56)

 

LA FENICE CORTESE

E se potessi fare come
la fenice, che è una sola,
e s'arde e poi risorge,
m'arderei, perché tanto sono sventurato
per le mie parole false, ingannatrici e bugiarde;
risorgerei in sospiri e pianti
là dov'è bellezza, gioventù e valore.

(Rigaut de Berbezilh, Liriche)

 

La fanciulla si chiamava Fenice,
e non senza ragione:
perchè, come l'uccello fenice
è più bello di tutti gli altri
ed è unico al mondo,
così Fenice, a mio parere, non aveva uguale in bellezza.
Fu un miracolo e un prodigio.
mai Natura poté operare
in modo da farne una simile.

(Chrétien de Troyes, Cligés)

 

Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cincecentesimo anno appressa;

erba nè biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incesno lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.

(Dante, Inferno, XXIV, 106-111)

 

Una strania fenice, ambdue l'ale
di porpora vestita, e 'l capo d'oro,
vedendo per la selva altera et sola,
veder forma celeste et immortale
prima pensai, fin ch'a lo svelto alloro
giunse, et al fonte che la terra invola:
ogni cosa al ine vola;
ché, mirando le frondi a terra sparse,
e 'l troncon rotto, et quel vivo hmor secco,
volse in se stessa il becco,
quasi sdegnando, e 'n punto disarse:
onde 'l cor di pietate et d'amor m'arse.

(Petrarca, Canzoniere, CXXII, 49-60)

 

Là onde il dì vèn fore,
vola un augel che sol senza consorte
di volontaria morte
rinasce, et tutto a viver si rinova.
Così sol si ritrova
lo mio voler, et così in su la cima
de' suoi alti pensieri al sol si volve,
et così si risolve,
et così torna al suo stato di prima:
arde, et more, et riprende i nervi suoi,
et vive poi con la fenice a prova.

(Petrarca, Canzoniere, CXXXV, 5-15)

 

LA FENICE BAROCCA

Or a te mi rivolgo, e tu supremo
fra gli altri onore avrai ne gli alti carmi,
immortal, rinascente, unico augello.
E questo fia quasi odorato rogo
di chiare laudi, in cui la fama antica
si rinovi nel mondo, e l'ali spanda,
e per questo sereno e puro cielo
lieta si spazi e gloriosa a volo,
a scherno avendo omai gli Arabi monti.
Dio fra gli altri dipinti e vaghi augelli
quel dì che prima dispiegar le penne
per l'aria vaga al suo de l'alta voce,
fe' la Fenice ancor, come si crede,
se pur degna di fede è vecchia fama.
E 'n sì mutabil forma il Padre eterno
di mortal, rinascente, unico augello
figurar volle quasi in raro esempio
l'immortal e rinato unico Figlio,
che rinascer devea, come prescrisse,
quando ei ne generò l'eterno parto. (...)
Tu, poiché la vecchiezza i mari e i monti
cangiato ha quasi, e variato il mondo,
perpetuo ti conservi e quasi eterno
a te medesmo ognor pari e sembiante.
E tu sei pur del raggirar de' tempi,
e de' secoli tanti in lui trascorsi,
di tante cose, e di tante opre illustri
sol testimonio, o fortunato augello.

(T. Tasso, Il Mondo creato, 1278-1297.1571-1578)

 

O dolcezza ineffabile infinita,
soave piaga e dilettosa arsura,
dove, quasi fenice incenerita,
ha culla insieme il core e sepoltura;
onde da due begli occhi alma ferita
muor non morendo e 'l suo morir non cura
e, trafitta d'amor, sospira e langue
senza duo, senza ferro e senza sangue.

(G. B. Marino, L'Adone, 8, 117)

 

L'enigma della Fenice da noi
s'illumina: e poiché noi siamo uno,
lo siamo entrambi.
Così ad una sola
neutra cosa i due sessi si accordano:
come quella moriamo e risorgiamo, noi
fatti misteriosi in questo amore.

(J. Donne, The Canonization)

 

Così fra loro risplendeva amore,
che il colombo vedeva quel che gli era dovuto
fiammeggiare nell'occhio della Fenice;
ciascuno era la miniera dell'altro.

Il senso di proprietà era offeso così
poichè l'essere non era il medesimo:
il doppio nome della singola Natura
non si chiamava nè due né uno.

(W. Shakespeare, The Phoenix and the Turtle)

 

Fenice, figlia della morte,
mirabile puerpera!
Tu non t'innalzi al nido, ma al rogo.
Come pronta, non a partire, ma a perire:
morte levatrice; tu generi te stessa, da te stessa,
tu sei per te
madre e figlia.
Tu sorgi così, frutto
fragrante del tuo funerale;
tu succedi a te stessa
rinnovata dal tuo annientamento; o morte
feconda! O sacri profitti di un sacrificio prezioso!
Vivi, o dolce prodigio!
Vivi e basta a te stessa!

(R. Crashaw, Genetliaco ed epicedio della Fenice)

 

La mia origine, le mie qualità, la mia destinazione non son le tue. Tu [il colombo] ti stolli di cibi terrestri, io non mi pasco che d'effluvj odorosi; tu sei pago del presente, io mi slancio nell'avvenire. Atta a guardar il Sole con ciglia immobili, possio io starmene a lungo cogli occhi a terra? Guernita d'ale possenti a sollevarmi nella regione dell'eter, vorrò io riposarmi in quella dei vapori, e delle tempeste? Spettatrice oziosa dell'immensa scena della natura, m'arresterò in essa, senza immergermi col pensiero in chi la ravviva, ed illumina? Tu mi prometti un amore eterno; ohimè, vivente di pochi istanti tu parli d'eternità! Io non sono insensibile all'amore; ma non mi lusinga un maritaggio ch'è foriero di vedovanza. consolati, il tuo rivale [il Sole] è troppo alto perché il mio rifiuto possa umiliarti. Vieni al mio paese natìo; io t'invito alle mie nozze: vedrai allora s'io poteva esser tua.

(M. Cesarotti, La Fenice o La Vita mistica)

 

Cifra animata di prodigii un Verme,
a le viscere sue la guerra indice,
rorario invitto, e venturiero inerme,
per cangiarsi in trofeo l'urna felice.

Gli stami di sua età sudando elice,
vivendo a l'ombra di funereo germe:
poi risorge sepolto, e l'ali ferme
addestra al vol domestica Fenice.

Quindi impara, mortal, or che ti affanni,
come degenerar la tua fralezza
può nobilmente, ed eternarsi gli anni.

Chi vincitor di sé la vita sprezza,
s'impenna nel morir mistici vanni,
da porsi in Cielo un Angiolo in bellezza.

(G. Lubrano, Scintille poetiche o Poesie sacre e morali)

 

E' la fede degli amanti
come l'araba fenice:
che vi sia, ciascun lo dice;
dove sia, nessun lo sa.

(P. Metastasio, Demetrio, II, IV)

 

LA FENICE ILLUMINISTICA

Innumerabili scrittori, soccombendo alla forza della prevenzione e assoggettandosi all'impero dell'autorità, adottarono l'idea chimerica che ammetteva la durata lunghissima della vita e la risurrezione periodica di un uccello unico e pllegrino. (...) Tutti cotesti autori (...) sono tra loro perfettamente d'accordo intorno a tutto ciò che riguarda questo animale. Basta consultarli per averne notizia certa e positiva della durata della sua vita. Erodoto aveva inteso dire che esso compariva ogni cincquecento anni in Eliopoli dopo la morte di suo padre. (...) Presso Enea di Gaza la vita della Fenice si allunga di qualche poco. Vi si legge che essa dura più di cinquecento anni. (...) Sin qui la differenza delle opinioni è di poco conto. (...) Ma essa cresce daddovero quando (...) Claudiano (...) assegna alla Fenice non meno di mille anni di vita. (...) L'affare si fa molto più serio quando Cheremone, citato da Giovanni Tzetze, ci dice che la Fenice vie sei o sette mila anni. E' cosa ben dispiacevole che il mondo abbia appena durato tanto, quanto dee vivere cotesto uccello. Frattanto però noi ci troviamo nell'oscurità intorno alla vera durata della sua vita. Converrà desistere dal ricercarla e contentarci d'ignorare la verità quanto a questo punto. Forse le ricerche che faremo intorno alla patria della Fenice e al luogo della sua dimora ordinaria saranno più fortunate.
Erodoto ci narra che, secondo una tradizione ricevuta tra gli Egiziani, questo uccello veniva in Eliopoli dall'Arabia. (...) Nondimeno Ovidio sembra farla assiria. (...) Così anche Marziale, Ausonio, Aristide, Filostrato la fanno indiana. (...) Ma ecco che un re di Etiopia, scrivendo al sommo Pontefice, la fa venire nel suo regno, e si vanta di possederla. (...) Eccoci dunqu in una piena incertezza anche quanto al paese della Fenice.
Defraudati ancora questa volta nelle nostre speranze, non possiamo lusingarci di essere molto bene istruiti dagli antichi intorno al modo in cui quell'uccello muore e risorge. E' vero che la maggior parte degli scrittori la fa morir bruciata e risorgere dalle proprie ceneri. (...) Nondimeno la narrazione di molti autori è ben differente. Essi vogliono che il corpo della Fenice rinchiuso in una specie di spolcro imputridisca, e produca un verme, il quale si cangi in uccello, e acquisti la figura della Fenice. (...) Fra tanta confusione e diversità di pareri, converrà determinarsi ad un partito. Alcuni fra gli antichi stessi ce ne additano uno che è fuor di dubbio il più sicuro.
Al tempo di Aristotele si parlava certamente in Grecia della Fenice, poichè Erodoto ne avea ragionato a lungo nella sua Euterpe. Eppure quel filosofo, nella sua storia degli animali, non fece motto di questo uccello, il che mostra che egli lo tenea per favoloso. (...) E convien dire che nei secoli meno felici per la letteratura, la storia della Fenice avesse nondimeno perduto molto del suo credito presso i Greci, poiché S. Massimo Martire, scrittore del secolo settimo, non solamente combatte l'errore di chi teneala per vera, ma arrossisce anche e teme di rendersi ridicolo, di sembrar pazzo e di giostrare all'aria, combattendo quella favola, quasi tutti gli uomini sensati l'avessero già riconosciuta per tale.

(G. Leopardi, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, XVII)

 

Le pure unghie altissime la loro onice offrendo
in questa mezzanotte l'Angoscia, lampadofora,
regge serali sogni arsi sulla Fenice
che non raccoglie sugli stipi un'anfora

nello spoglio salone: nssun murice
abolito gingillo d'inanità sonora (andò
ad attingere lacrime allo Stige il Padrone
con quell'oggetto solo di cui il Nulla s'onora).

(S. Mallarmé, Poesie)

 

LA FENICE CONTEMPORANEA

Chi mi fascia di cenere cocente? L'apice del cuore sfavilla, e traversa la cenere.

Sono la cenere e sono la mia fenice. Sono opaco e risfolgoro.

Sopravvivo al rogo, ebro d'immortalità.

(G. D'Annunzio, Notturno)

 

Chi scrive che la setta della Fenice ebbe la sua origine a Eliopoli, e la fa derivare dalla restaurazione religiosa che seguì alla morte del riformatore Amenofi IV, adduce testi di Erodoto, di Tacito e dei monumenti egizi, ma ignora, o vuole ignorare, che la denominazione di Fenie non è anteriore a Rabano Mauro e che le fonti più antiche (i Saturnali o Flavio Giuseppe, per esempio) parlano solo della Gente della Tradizione o della Gente del Segreto. Già Gregorovius aveva osservato, nelle conventicole di Ferrara, che la menzione della Fenice era rarissima nel linguaggio orale. (...) Ho detto che la storia della setta non registra persecuzioni. Questo è vero, ma siccome non esiste gruppo umano nel quale non figurino affiliati della Fenice, è anche vero che non esiste persecuzione o sofferenza che essi non abbiano patito o inflitto. (...) Non ci sono templi dedicati specialmente alla celebrazione di questo culto, ma una rovina, un sotterraneo o un androne si ritengono luoghi propizi. Il Segreto è sacro, ma pur sempre un po’ ridicolo; il suo esercizio è furtivo, quando non clandestino, e gli adepti non ne parlano. Non ci sono parole decenti per nominarlo, ma s’intende che tutte le parole lo nominano o, per dir meglio, inevitabilmente vi alludono. Così, parlando con adepti, io ho pronunciato una parola qualsiasi e quelli hanno sorriso o si sono turbati, perché sentivano che avevo toccato il Segreto.

(J. L. Borges, Finzioni)