Niccolò Machiavelli - Principe, IX

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Il capitolo IX del Principe, intitolato De principatu civili (Del principato civile), affronta uno dei due modi di accedere al principato, che erano stati anticipati nel capitolo VIII, ma non erano stati contemplati nel “sommario” del capitolo I, dove Machiavelli aveva affermato che si può diventare principe «o per fortuna o per virtù». Qui invece, dopo che nel capitolo VIII si è esaminata la forma di principato che si conquista «per scelleratezza e altra intollerabile violenzia», si analizza un mezzo per accedere al principato in cui sono necessarie non tanto virtù o fortuna, quanto un’«astuzia fortunata».

Il capitolo, essendo dedicato allo studio di una forma di principato, si concentra inizialmente sulla dissertazione teorica: pertanto il linguaggio mira a mettere in luce la stretta consequenzialità logica di tutta l’argomentazione, come mostrano strutture del tipo «e nasce da questo […]; e da questi […] nasce», ed è anche abbastanza piano: non mancano infatti voci popolari, come «li venghino contro», e fiorentinismi vivi, come «più presto»[1], «dimolti», gli articoli determinativi «el», «e’». Segue poi una parte dedicata a consigli pratici, in cui l’autore si rivolge direttamente al principe, come mostrano le espressioni «tua fortuna», «tu ti debbi». La parte finale invece costituisce il punto culminante di una continua ascesi retorica, che inizia attraverso latinismi, come «parati», «preterea», «defetto», i quali costituiscono un mezzo per innalzare lo stile, e che prosegue con l’anacoluto «li quali […] non se ne può dare certa regola» e si conclude con la potente immagine della solitudine del principe nelle avversità.

L’analisi di Machiavelli si apre, innanzitutto, con la definizione di «principato civile» per la tipologia di principato che si ottiene con un’«astuzia fortunata». Ciò che sembra connotare questa forma di principato, che è detta principato civile anche perché il principe non è forestiero, ma cittadino della città[2], è un’acquisizione quasi pacifica del potere («con il favore delli altri sua cittadini»).

Subito dopo, con la caratteristica struttura binaria, l’autore distingue due modi di conquistare il principato civile: «o con il favore del popolo o con quello de’ grandi». Spiega il motivo di questa bipartizione con l’immagine dei «dua umori diversi» che caratterizzano qualsiasi città: questa immagine è tratta dalla medicina e in particolare dalla teoria galenica, che riponeva la salute nell’equilibrio tra quattro umori, e la malattia nel loro squilibrio. L’immagine viene resa efficacemente attraverso la contrapposizione tra «popolo» e «grandi», accompagnati, il primo dalla dittologia sinonimica passiva «non essere comandato né oppresso, il secondo dalla stessa dittologia, però, attiva («comandare e opprimere»): tutto ciò mostra la dinamica di desideri che non possono trovare nessun equilibrio; e lo stesso impiego del termine medico «umori», per indicare i diversi interessi di popolo e nobiltà, sottolinea il carattere profondo e quasi biologico di queste opposte aspirazioni («appetiti»).

L’autore, quindi, affaccia i possibili esiti («effetti») del contrasto tra le due parti, indicati con i termini «principato», «libertà», «licenza». Un riferimento utile a comprendere che cosa Machiavelli intenda con questi termini non va individuato tanto in Discorsi I 2, in quanto qui non ci sono tre forme positive a cui corrispondono tre forme corrotte; il riferimento piuttosto va individuato in Discorsi I 4-6[3].

Dato che gli altri due possibili esiti non sono centrali nell’argomentazione, l’autore affronta solo la genesi del principato, che può essere tanto nel popolo, quanto nei nobili; e l’opinione di Machiavelli, secondo cui è preferibile per un principe civile avere il favore del popolo, dapprima si manifesta in modo sfumato, per esempio attraverso l’espressione «sotto la sua ombra», che pure rimanda a Dante[4], ma assume una sfumatura negativa, di sfruttamento del principe da parte dei nobili per i loro fini; infine diventa palese attraverso l’elencazione di cinque ragioni.

Innanzitutto il principe civile eletto col favore dei nobili si trova con «molti che li paiano essere sua equali» e che sono perciò ben poco disposti ad obbedirgli, concetto che viene reso attraverso una dittologia in cui «né maneggiare» indica appunto il non avere tra le mani i nobili come materia docile da plasmare a proprio piacimento. In tutto questo paragrafo, dunque, ma in generale in tutto il capitolo, sembra riflettersi la situazione in cui venne a trovarsi Pier Soderini, che con l’appoggio dei nobili fu eletto gonfaloniere perpetuo della città, ma in seguito dovette fronteggiare l’opposizione degli stessi nobili[5]. Chi invece diventa principe col favore del popolo non deve dividere il potere con nessuno, in quanto è circondato da gente abituata ad obbedire.

In secondo luogo si fa notare come sia più facile soddisfare il popolo senza perpetrare ingiustizie: e questo deve essere considerato un elemento positivo non tanto per esigenze morali, quanto perché così si hanno meno possibilità di compiere azioni che possano mettere in pericolo il potere.

La terza ragione è che il principe, qualora il popolo gli diventi ostile, non può mai «assicurarsi» di esso, non può cioè metterlo in condizione di non nuocere al suo potere, in quanto il popolo, come rende evidente il plurale «troppi» ad esso riferito, non è composto da una ristretta cerchia di nobili, facilmente controllabile e, se il caso, eliminabile: il principe dunque, non potendo controllare il malcontento popolare, deve evitare di procurarlo, tenendosi amico il popolo.

Il quarto motivo, invece, è che il «peggio» che il principe può aspettarsi dal popolo è di essere abbandonato; al contrario, dai nobili, che hanno «più vedere», cioè la capacità e la possibilità di scorgere le occasioni favorevoli e di approfittarne, e «più astuzia», può attendersi, nei momenti di difficoltà, congiure contro di lui, per cercare di ingraziarsi colui che sperano possa vincere. Riguardo a questa considerazione di Machiavelli, però, il critico Gennaro Sasso ha fatto notare come essa strida nell’insieme del ragionamento, in quanto, come Machiavelli stesso afferma, i nobili, essendo pochi saranno sempre controllabili da un principe accorto, al contrario del popolo: «è come se non avesse ben tenuto presente che, proprio perché il favore del popolo è da considerarsi tra i vantaggi, il suo sfavore è da considerarsi tra gli svantaggi»[6]. In questo passaggio, comunque, sembra riflettersi il comportamento tenuto dai nobili, quando abbandonarono nel 1494 Piero de’ Medici, nel 1498 Savonarola e, soprattutto, nel 1512 Pier Soderini.

Come ultima motivazione si fa notare che il principe, se ai nobili può a suo piacimento dare e togliere autorità[7], con il popolo non può fare lo stesso (per le ragioni già mostrate) e gli conviene quindi cercare di ottenerne il favore.

Concluso l’elenco dei motivi della preferibilità dell’appoggio popolare, Machiavelli, mentre sembra che voglia chiarire quanto detto sui nobili, introduce in realtà un nuovo argomento, cioè il comportamento che il principe deve tenere nei confronti dei nobili, il quale viene analizzato sempre con un procedere binomio e scoliotico.

Si esamina, anzitutto, l’atteggiamento da tenere nei confronti di «quelli che si obligano» al principe, dove obligarsi ha il significato etimologico di legarsi, ben esprimendo la situazione di quei nobili che sono talmente compromessi con il regime del principe, che, nel loro stesso interesse, non possono che restargli fedeli: essi devono essere onorati dal principe non tanto col rispetto, ma con onori materiali (nella dittologia infatti «onorare» viene posto prima di «amare»).

Passando invece a quei nobili meno legati al principe, l’autore attua un’altra suddivisione: ci sono infatti quelli che lo fanno per paura e quelli che lo fanno perseguendo occulte strategie, due tipologie rese attraverso dittologie sinonimiche che nel primo caso indicano la mancanza innata di coraggio, nel secondo caso i propositi ambiziosi, che in quanto tali, non possono che essere diretti contro l’autorità del principe. Tra quelli a lui meno legati per paura il principe deve attirare a sé i più esperti in faccende politiche, poiché nei tempi di pace gli possono essere utili e nelle avversità, data la loro naturale paura, non ha da temerne.

I nobili invece che non appoggiano il principe per i loro progetti ambiziosi devono essere trattati come dei nemici, «perché nelle avversità aiuteranno ruinarlo»; e la costruzione del verbo seguito direttamente dall’infinito rafforza l’idea, accresciuta ancora di più dal verbo «ruinare», termine che nel Principe indica il far crollare l’edificio dello Stato.

L’autore ora sembra voler concludere («Debbe pertanto»), tuttavia viene aggiunto un elemento nuovo, introdotto dalla disgiuntiva «ma», per cui, come tutti i principi nuovi, anche i principi eletti grazie ai nobili devono guadagnarsi il favore del popolo. Questa idea viene motivata attraverso una causale che sia serve per giustificare ciò che verrà detto dopo, sia introduce una massima, cioè una regola generale del comportamento umano.

L’autore cita, a questo punto, l’esempio di Nabide[8] che, tiranno spartano dal 205 al 192 a. C., cercò di assicurarsi il favore popolare attraverso una redistribuzione delle terre; combatté contro i romani e, dopo aver resistito all’assedio per un certo periodo, fu costretto ad arrendersi. Dato che nel testo non si dice che Nabide venne sconfitto, se ne potrebbe dedurre che Machiavelli abbia alterato la verità storica; in realtà l’autore si limita, tralasciando la conclusione della vicenda, a registrare ciò che gli interessa[9], cioè che Nabide grazie al favore del popolo fu in grado di opporre una valida resistenza all’attacco, come, del resto, Machiavelli leggeva in Livio XXXIV 22-40, e, infatti, sono frequenti in questo passo i latinismi («obsidione») e i costrutti latineggianti («tutta Grecia» e «sopravvenente el periculo», che ricalca l’ablativo assoluto).

Subito dopo l’esempio viene riferita una possibile obiezione, per cui «chi fonda in sul populo fonda in sul fango», osservazione che viene connotata subito in maniera negativa col termine «trito», in cui si può notare l’insofferenza dell’autore per le acritiche certezze dei luoghi comuni. Egli ammette che questa obiezione può essere vera quando un cittadino privato si illuda di venire salvato dal popolo nelle avversità; a questo proposito cita gli esempi dei Gracchi[10] e di Giorgio Scali[11], tutti personaggi che finirono ammazzati, essendo dotati di scarsa autonomia di potere, in quanto i primi erano tribuni della plebe, il secondo, invece, capo della plebe dopo il tumulto dei Ciompi del 1378. La stessa obiezione, tuttavia, come mostrano la disgiuntiva «ma» e il gerundio posto a inizio del periodo, che indicano appunto una contrapposizione, non può valere nel caso di un principe dotato di potere autonomo, che al contrario può e deve fondarsi sul popolo, al punto che stretto deve essere il legame tra di loro, come indica la paronomasia «animo […] animato», dove il primo termine è infatti riferito al principe, il secondo al popolo.

Machiavelli passa, quindi, all’analisi di quali siano le situazioni di pericolo per questo tipo di principato e pertanto ricorrono, come già in precedenza, termini che richiamano la metafora dello Stato come edificio («periclitare», «fondamenti»). Il momento più critico del principato civile viene, dunque, individuato nel passaggio dal principato civile a quello assoluto. Infatti con un’ultima suddivisione binaria l’autore individua due modi con cui il principe civile può governare: o accentrando il potere nelle proprie mani, o servendosi di magistrati (termine che ha il duplice significato del latino magistratus). Un esempio del primo Machiavelli lo aveva nel Soderini, che, nominato gonfaloniere perpetuo, possedeva una carica che gli permetteva di comandare direttamente; un esempio del secondo lo aveva invece nello “stato di Cosimo”, ossia il principato mediceo degli anni 1434-1492, in cui i Medici comandavano attraverso le tradizionali magistrature cittadine.

Viene subito individuata, però, la pericolosità di servirsi di magistrati nella facilità con cui nei momenti di difficoltà essi possono ribellarsi al principe o non obbedirgli, causando la sua rovina: infatti a quel punto il principe non potrà assumere direttamente il potere, in quanto «i cittadini e sudditi», definizione appropriata a coloro che vivono in un regime ambiguo come il principato civile, non sono abituati a prendere ordini da lui, avendo avuto fino a quel momento come referenti diretti i magistrati. La seconda ragione, poi, per cui, in quella situazione, il principe non potrà accentrare nelle proprie mani il potere, è che egli, non potendosi basare su quanto vede nei tempi tranquilli, non sa di chi fidarsi: infatti attraverso un’ipotiposi l’autore dipinge, da un lato, l’affannarsi dei cittadini per ottenere favori dal principe in tempo di pace, dall’altro la solitudine del principe nei momenti di difficoltà. Rafforza ancora di più l’idea una frase fortemente ironica nei confronti dei principi che si illudono sulla devozione dei sudditi.

Il capitolo, quindi, si conclude con un invito al principe, per avere il popolo sempre fedele, a trovare dei modi attraverso cui esso abbia in ogni situazione bisogno «dello stato e di lui», dittologia che indica lo stretto legame che c’è tra principe e Stato. Questo invito è stato variamente interpretato: Sasso vi ha visto un invito al principe a non diventare assoluto[12]; i critici Anselmi e Varotti, invece, ponendo questo passo in relazione con il Discursus florentinarum rerum, vi hanno ravvisato la richiesta ai Medici di un programma di rifondazione complessiva del governo fiorentino[13].



[1] Cfr. Opere di Niccolò Machiavelli, a cura di E. Raimondi, Milano, Mursia, 1966, p. 1083.

[2] Cfr. N. Machiavelli, Il Principe e pagine dei “Discorsi” e delle “Istorie”, a cura di L. Russo, Firenze, Sansoni, 1972, p. 96.

[3] Cfr. N. Machiavelli, Il Principe e altri scritti, a cura di G. Sasso, Firenze, La nuova Italia, 1963, p. 95.

[4] «E sotto l’ombra delle sacre penne» (Par. VI, 7).

[5] Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, a cura di M. Martelli, Roma, Salerno editrice, 2006, p. 384-385.

[6] Cfr. N. Machiavelli, Il Principe e altri scritti, cit., p. 97.

[7] Cfr. la battuta di Cosimo de’ Medici riportata in Istorie fiorentine VII 6.

[8] Cfr. Discorsi I 40, in cui ricorre lo stesso esempio.

[9] Cfr N. Machiavelli, Il Principe e altri scritti, cit., p. 100.

[10] Cfr. il duro giudizio sul loro operato in Discorsi I 37.

[11] Cfr. Istorie fiorentine III 18, 20.

[12] Cfr. N. Machiavelli, Il Principe e altri scritti, op. cit., p. 102

[13] Cfr. N. Machiavelli, Le grandi opere politiche, Vol. I, a cura di G.M. Anselmi e C. Varotti, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 72.


 

Guida alla lettura: Marco Ballarin